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Contabilità della continuità di Davide Giacalone

La formula “salvo intese” non significa solo che mancano, segnala la nebbia in cui si muovono i conti pubblici. Approvata la nota di aggiornamento al documento di economia e finanza e varato il quadro entro il quale dovrà muoversi la legge di bilancio (che ancora non c’è), di intese ne servirebbero poche e marginali. Invece le si attende perché il tutto è confuso. La sostanza è che si tratta di contabilità nella continuità, salvo sapere che la continuità porta male.

Ciascuna delle forze che compongono il governo pone la bandiera e difende questo o quell’aspetto particolare, mentre nessuno sembra rispondere del risultato generale. Che consiste nella rassegnazione alla stagnazione.

La ricerca di gettito fiscale spinge la fantasia tassatrice, cosa che fa strillare chi ha in uggia l’attuale governo. Ma la pressione fiscale è cresciuta anche nei primi sei mesi di quest’anno, a cura del governo precedente. E non può che essere così, perché se non si riesce a modificare e tagliare nulla della spesa corrente (salvo quella per interessi, che è stata tagliata a Francoforte di giorno, non a Roma di notte) e, al contempo, si promettono sempre maggiori spese destinate a questa o quella componente del presunto elettorato il risultato non può che essere o maggiore pressione fiscale o maggiore debito, ovvero tassazione futura. Senza che una cosa escluda l’altra.

Nulla di tutto questo serve alla crescita, perché sia gli alleggerimenti che le maggiori spese sono così contenuti e sparpagliati che da nessuna parte sortiranno effetti espansivi. Così il deficit resta alto e gli stimoli inesistenti o bassi. La formula dell’impoverimento progressivo, purtroppo in totale continuità con quel che s’è già visto.

L’alternativa esisterebbe, lavorando dentro le voci di spesa. Se faccio crescere la qualità della formazione sostengo la crescita, se spendo di più per assumere insegnanti senza concorso sostengo l’ignoranza e il calo della produttività. Se uso la spesa per far funzionare la giustizia rendo un servizio al mercato, se cresce, invece, nel mentre mi rassegno a processi lungi e giustizia inesistente alimento solo il mercato elettorale. Inutilmente, per giunta. Se investo nella digitalizzazione dell’amministrazione semplifico la vita a chi lavora e produce, se uso i soldi per presunte paci sindacali moltiplico solo gli oneri a carico di chi ancora riesce a competere. E così via.

Vuoi che ciò accada per assenza di visione o per mancanza di capacità nel trasformarla in realtà (e, ancora una volta, l’una cosa non esclude l’altra), il risultato cambia poco. Da una parte si dice che c’è poco da conservare, dall’altra non si fa che conservarsi tutto l’esistente. Il risultato è il nulla. Ma con gran dispendio di strepiti di chi pretende d’intestarsi il cambiamento. Che non c’è.

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

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