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Benetton , Di Maio e Salvini di Davide Giacalone

Si è coraggiosi difensori del popolo se, da governanti, si attaccano i
Benetton? Si è coraggiosi difensori dei loro dipendenti se, da
governanti, si difendono i Benetton? No, si dimostra solo che non si sa
cosa significhi governare.
Il rapporto perverso fra la politica e l’impresa non è solo quello
d’asservirsi a un interesse particolare, ma anche quello di perseguirlo
specificamente. Anche perché, nel secondo caso, si sarebbe asserviti
all’interesse di un concorrente. Il governante e il legislatore,
naturalmente, intervengono eccome sugli interessi specifici, ma con
provvedimenti e norme di carattere generale. Esempio: se si sostiene che
non può essere venduta cannabis per drogarsi è evidente che si nuoce
agli interessi di chi volesse farlo, ma lo si stabilisce per tutti e in
ragione di un interesse prevalente (posto che lo si ritenga tale); se,
invece, si sostiene che il signor Cosimo Cosimi non può aprire un
negozio, non applicandogli norme generali, ma perché lo si vuole
combattere, allora la cosa cambia e diventa un sopruso. Se Cosimo è
quotato in Borsa e continuo, da governante, a ripeterlo, allora diventa
anche un reato, giacché assieme ai suoi sto incenerendo gli interessi di
quanti hanno investito il loro denaro e sto, per sovrappiù, facendo
quelli di chi lucrerà sul calo in Borsa.
Tornando ai Benetton, come a Di Maio e Salvini che, tanto per cambiare
(questa roba è diventata noiosa) recitano la parte dei contrapposti, è
dall’agosto 2018, dopo il crollo del ponte, a Genova, che dal governo si
annuncia l’immediato ritiro della concessione, salvo poi non farlo, nel
mentre si invitano quegli stessi imprenditori a mettere i loro soldi in
Alitalia, salvo poi rinviare ancora una volta, a spese del contribuente.
Spettacolo orrido. Se ci sono (immagino di sì) delle responsabilità
penali, quali e di chi, per il crollo del ponte, non lo stabilisce chi
governa e neanche chi vota, lo stabilisce la giustizia. Il compito di
chi governa, semmai, è farla funzionare. Buona notte. Se i Benetton
saranno giudicati colpevoli di reati che hanno prodotto dei morti non è
che devono perdere la concessione, devono andare in galera. Il che vale
anche per chi doveva controllare, come per chiunque altro possa entrarci
in qualche modo. Ma non lo si stabilisce sputacchiando dichiarazioni,
serve un processo.
Nel frattempo continuare a ripetere che gli si toglierà tutto, per
giunta senza farlo, ovvero esibendosi in orale in quel che non si fa in
scritto, produce un olezzo che va dalla turbativa di mercato
all’aggiotaggio. Immaginarli soci di Alitalia e poi riattaccarli dopo il
diniego produce un afrore di concussione. Anche questo lo si stabilisce
in tribunale, non qui o al bar, sicché è opportuno che gli interessati
diano corso alle vie legali e le autorità che vigilano sul mercato si
mostrino vigili. In tutti i casi sa di potere politico che prova a
soverchiare non regolando e legiferando, ma imponendo. Né la difesa può
essere: occhio che hanno tanti dipendenti. Perché, se un imprenditore ha
pochi dipendenti può essere sottoposto ad angherie e molestie ciarliere,
mentre se ne ha tanti gli si deve portare rispetto?
Non so se sia più grave immaginare che chi ha (stra)parlato non abbia
chiaro il senso e le implicazioni delle proprie parole, oppure che ne è
ben consapevole ed ha aperto bocca a ragione veduta. Non lo so. So che
non c’è la terza ipotesi.

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

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