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NON È IL DEBITO (ALTO) MA I RISCHI POLITICI (ALTISSIMI) A METTERE L’ITALIA AI MARGINI DELL’EUROPA di Enrico Cisnetto

Non prendiamoci in giro, il problema è politico, non contabile. Alla base della procedura d’infrazione avviata da Bruxelles contro l’Italia, c’è la profonda sfiducia che l’Europa nutre nei confronti del nostro Paese, e in particolare verso il Governo pentaleghista, che è considerato del tutto inattendibile. Sì, il debito è troppo alto, ma lo era anche prima, e la tabella di marcia di riduzione del deficit non viene rispettata, ma così fanno anche altri (e infatti, contrariamente a quel che si racconta, la Commissione Ue ha mosso rilievi a diversi paesi con i conti in disordine). Solo che nessuno prima, noi o altri, aveva mai tirato la corda così come Roma ha fatto e sta facendo. Mettiamo in fila i fatti e vediamo se la diffidenza nei nostri confronti sia malriposta o vada considerata comprensibile.

 

Primo: il governo gialloverde è composto da forze che in vario modo e con diversa intensità a seconda dei momenti, hanno giocato con parole d’ordine anti-Europa, anti-euro e anti-eurosistema. Sì, è vero, nel contratto di governo queste pulsioni non hanno trovato esplicita evidenza, in qualche caso sono state anche negate, ma non c’è dubbio che la chiarezza sia mancata e manchi, e tantomeno si può dire che le due forze nazional-populiste di maggioranza siano limpidamente europeiste. Normale, dunque, che l’Italia sia passato da essere considerato un paese di furbi che predicano bene (rispetto delle regole europee, pur con qualche critica – peraltro fondata – sulla loro anelasticità) e razzolano male (poche riforme strutturali, spesa pubblica corrente a manetta, stock del debito non eroso nonostante una buona performance sul piano dell’avanzo primario, costantemente un punto di pil all’anno di minor crescita rispetto alla media Ue) ad essere vissuto – a Bruxelles, a Francoforte e nelle varie cancellerie continentali – come un paese sostanzialmente ostile e potenzialmente nemico.

 

Secondo: i continui attacchi, anche personali, alle cosiddette oligarchie europee, impropri in assoluto e controproducenti se l’obiettivo è quello di conquistare maggiori spazi di trattativa, hanno paradossalmente tolto valore alla decisione del Governo, alla fine dello scorso anno, di adeguarsi – con una giravolta un po’ penosa – alle indicazioni della Commissione circa la manovra di bilancio (il famoso passaggio dal 2,4% al 2,04% di deficit rispetto al pil), mentre quello avrebbe potuto rappresentare un primo passo verso il ristabilirsi di normali relazioni politiche e diplomatiche, indispensabili per noi e necessarie per l’Europa. Invece, il permanere di uno stato di “guerra fredda” ci ha ridotto la capacità negoziale, penalizzandoci ed emarginandoci.  Quale sia stato il vantaggio che il Paese possa aver tratto da questo abbaiare senza avere la capacità di mordere, nessuno ce lo ha ancora spiegato.

 

Terzo: in politica il gioco del dividersi i compiti – uno fa il buono, l’altro fa il cattivo – è vecchio come il mondo. Ma funziona solo quando quella distinzione di ruoli è fittizia e pattizia. Nel Governo, invece, il fronte della contrapposizione all’Europa (Salvini e, con qualche pausa ogni tanto, Di Maio) è in guerra con quello della ragionevolezza (ieri solo Tria, oggi anche Conte), altro che gioco delle parti. E queste abissali differenze – che in altre epoche politiche non sarebbero state neppure concepibili, su temi così dirimenti – ci hanno reso e ci rendono estremamente fragili. E in politica, si sa, non contano le ragioni e i torti – e peraltro l’Italia ha dalla sua più i secondi che le prime – ma i rapporti di forza.

 

Quarto: l’Italia ha perso le elezioni europee. Abbiamo già scritto nelle settimane scorse di come i contenitori europei, sovranisti e populisti, in cui sono finiti i parlamentari eletti con Lega e 5stelle siano marginali, numericamente e politicamente. E di come le perdite subite dai partiti tradizionali, Popolari e Socialisti, siano state ampiamente compensate dal successo dei Liberaldemocratici – con cui i primi due faranno maggioranza – e da altre forze europeiste come i Verdi. Questo fatto, al di là della retorica e della propaganda, avrebbe dovuto indurre i nostri leader alla massima prudenza. Invece, si sono lasciati andare ad affermazioni, incaute prima ancora che false, come “la Commissione è stata delegittimata dal voto popolare”, che francamente lasciano basiti. Provocazioni gratuite che hanno l’effetto della benzina versata sul fuoco, e che certo hanno influito sulla decisione di Bruxelles di avviare la partica della procedura d’infrazione e che, soprattutto, rischiano di influire su quella decisiva del 9 luglio, quando l’Ecofin dovrà scegliere se metterci sotto una tutela tanto imbarazzante quanto invasiva, o se rinunciare a quella che sarebbe la prima “punizione” del genere inflitta ad uno stato membro.

 

Quinto: tanto per preparare al meglio il terreno, Salvini e Di Maio stanno dichiarando a tutto spiano che l’Italia andrà al confronto con Bruxelles non più in modo passivo come i precedenti esecutivi. Una spacconata cui ha fatto da perfetto corollario la miope scelta – Di Maio, of course, l’ha annunciata via Facebook – di bocciare la candidatura, emersa in sede comunitaria, di Enrico Letta a presidente del consiglio europeo. I due vicepremier, di fronte alla scelta se onorare la ragion di Stato e tutelare gli interessi nazionali, oppure perseverare nella loro linea anteponendo beghe interne e rancore, hanno imboccato la seconda strada, facendo capire che portare Letta sarebbe difficile da far digerire al proprio elettorato e appellandosi al fatto che altrettanto aveva fatto Matteo Renzi. Peccato, però, che così abbiano perso di vista due cose: che l’aver copiato Renzi è un aggravante; che se questa decisione condannerà l’Italia all’irrilevanza e all’isolamento in Europa, la responsabilità e soprattutto le conseguenze ricadranno interamente sull’attuale maggioranza. Se l’Europa arrivasse davvero a decisioni estreme – e per ora non c’è motivo di credere che ciò non avvenga – sarà arduo per i gialloverdi spiegare agli italiani di non essere gli artefici ma le vittime della situazione. Per questo avallare la candidatura di Enrico Letta sarebbe stato un segnale di maturità politica, la dimostrazione di essere in grado di guidare i processi politici più complessi.

 

Sesto: e che trattasi di autolesionismo lo si è capito con la surreale dinamica della lettera di risposta alla Commissione – i cui termini sono come per magia usciti prima che fosse terminata, condivisa e partita – e con la clamorosa sparata dei minibot. Nel primo caso è evidente che si sia provato a bruciare la risposta (di Tria) in modalità ragionevolezza (capiamo i vostri rilievi, cerchiamo di mettere rimedio), inducendo così i destinatari a imboccare l’unica strada a quel punto possibile, e cioè suggerire ai capi di Stato e di governo l’avvio della messa sotto accusa, preludio della messa sotto tutela. Ma attenzione, aggiungendo anche: la porta resta aperta, se vi decidete a fare sul serio si può ancora fermare tutto. A quel punto sono seguite tre cose: la conferenza stampa del presidente del Consiglio, contenente il messaggio ai suoi due vice “si eviti di esporre l’Italia a inutili rischi e costi”; la risposta di Salvini e Di Maio, che ritrovando come d’incanto la sintonia perduta hanno detto a Conte “noi non ci facciamo mettere i piedi in testa da nessuno, tantomeno da quelli di Bruxelles che stanno per andare a casa” (lasciandogli anche intendere di non alzare la testa, visto che è un generale senza truppe); l’idea dei minibot per pagare i debiti della pubblica amministrazione verso le imprese, che col passare dei giorni è passata da sparata tra le tante a tormentone pericoloso, perché a Bruxelles non possono che leggerla come promessa di stampare denaro falso per far saltare tutto, o quantomeno consentire all’Italia di avviarsi verso l’uscita dall’eurosistema. L’ha spiegato con parole tanto semplici quanto lapidarie l’editorialista del Financial Times Wolfgang Münchau in un articolo dal titolo eloquente: “Come Salvini potrebbe far saltare l’Eurozona”. Se uscire dall’euro non fosse l’obiettivo che l’Italia persegue, allora “non deve toccare” i minibot, altrimenti sarà inevitabile che Bruxelles li consideri “come parte del deficit e del debito italiano”. Altrimenti anche solo “il loro annuncio potrebbe scatenare una crisi finanziaria immediata”.

 

A questo punto non ci rimane che farci questa domanda: non è che la procedura d’infrazione la si vuole più a Roma che a Bruxelles? A dopo l’estate la risposta.

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

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