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L’ATTACCO A BANKITALIA E L’ECONOMIA MALATA di Riccardo Gallo Corriere della sera – ECONOMIA

Quarant’anni fa, la mattina di sabato 24 marzo 1979, due drammi concatenati ferirono il governo dell’economia del paese. Primo, il vicedirettore generale della Banca d’Italia, Mario Sarcinelli, fu arrestato e il governatore Paolo Baffi subì il ritiro del passaporto. La Procura della Repubblica di Roma li accusò di favoreggiamento e interesse privato in atti di ufficio nella vigilanza sul credito al gruppo chimico Sir-Rumianca di Rovelli. Secondo dramma, poche ore prima, Ugo La Malfa, presidente del Partito repubblicano italiano e da tre giorni ministro del Bilancio e vicepresidente del Consiglio del quinto governo Andreotti, fu colpito da un ictus cerebrale, morì il lunedì 26. Il giorno prima, venerdì 23, Antonio Maccanico, segretario generale al Quirinale, scrisse nei suoi diari che aveva appreso dal capo della Procura di Roma che un sostituto procuratore intendeva agire contro il vertice della Banca d’Italia, lui aveva sospettato fosse per una certa questione politico-affaristica, e allibito ne aveva informato Pertini, Baffi e La Malfa. Sabato 24 mattina, Ciampi, direttore generale della Banca, percorreva in auto via Nazionale per recarsi in ufficio quando incrociò un’ambulanza a sirene spiegate. Solo dopo seppe che trasportava in clinica La Malfa morente. Arrivato in Banca, s’imbatté nel ciclone giudiziario (lo raccontò Ciampi ad Arrigo Levi in Da Livorno al Quirinale, il Mulino 2010). The New York Times scrisse che l’assalto dei politici alla Banca d’Italia era paragonabile all’agguato delle Brigate rosse in via Fani un anno prima. Il proscioglimento arrivò in istruttoria nel 1981. Secondo Baffi (lettera a Giovanni Ferrara in Il grande gioco del potere, Sandra Bonsanti, Chiarelettere Milano 2013), quella vicenda si sommò ad altri motivi di angoscia per La Malfa e ne causò la morte. Gli altri motivi erano probabilmente il peso della scelta politica di fare un governo proprio con Andreotti e il rifiuto del senatore repubblicano Bruno Visentini a entrare nella compagine ministeriale.

Quattro anni prima, nell’estate 1975, Guido Carli si era dimesso da governatore e aveva indicato come successore, per la sua abilità a tenere rapporti politici, Ferdinando Ventriglia ben visto da Andreotti. La Malfa invece era riuscito a far nominare Baffi, per nulla sensibile a tali rapporti. È illuminante il saggio: Paolo Baffi, Servitore dell’interesse pubblico, lettere 1937-1989, a cura di Beniamino A. Piccone, Aragno Editore 2016. Il 31 maggio 1975, nelle sue ultime Considerazioni finali, alludendo alla guerra chimica e al dissesto delle aziende del settore, Carli aveva detto che l’insufficiente collegamento fra gli Uffici [ministeriali] del Programma e gli Istituti di credito speciale «può aver contribuito all’impostazione di programmi rivelatisi nel corso del tempo di impossibile attuazione; le imprese hanno puntato verso la conquista dei pareri programmatici nella convinzione che il credito non sarebbe mancato. In alcuni casi l’inclinazione a concedere agli uni ciò che era stato concesso agli altri ha portato a non preoccuparsi di duplicazioni di iniziative, dalle quali discendono distruzioni di ricchezza… Occorrerebbe affrontare con realismo l’esigenza di assegnare all’intermediario finanziario una parte più attiva nella gestione dell’impresa indebitata». Prima di andarsene, Carli aveva dunque suggerito che gli istituti speciali (vedi Imi) si caricassero sulle spalle la croce delle aziende chimiche da loro finanziate (vedi Sir). Il 28 febbraio 2019, in un incontro alla Treccani sul tema, dai più autorevoli esponenti della programmazione economica inizio anni Settanta non è stata pronunciata alcuna autocritica sulle distorsioni indotte nei mercati.

In quei giorni drammatici di quarant’anni fa, io lavoravo all’Imi con il presidente Giorgio Cappon a un improbabile piano di risanamento del gruppo Sir-Rumianca e alla costituzione di un consorzio bancario ai sensi della legge 787 del 5 dicembre 1978 che recepiva il suggerimento di Carli e che in definitiva avrebbe salvato l’Imi. Con articoli sul Corriere della Sera nel corso del dibattito parlamentare, Visentini aveva argomentato le sue perplessità su quella soluzione. Il primo dossier sulla scrivania del nuovo ministro del Bilancio era l’Imi-Sir. Io ero molto amico dei La Malfa e, prima del malore di sabato 24, Giorgio aveva fissato per il lunedì pomeriggio un mio incontro con Ugo ministro per illustrargli i termini economico-industriali del problema. L’affare che ispirò l’attacco alla Banca d’Italia riguardava però non la Sir, ma l’Italcasse e la pretesa di “sistemare” 300 miliardi di debiti dei Caltagirone. Lo scrisse Maccanico nel suo diario, lo confidò il giorno seguente Cappon a pochi di noi dell’Imi, lo disse Baffi (Cronaca di una vicenda giudiziaria, Panorama 11 febbraio 1990). Morto Ugo La Malfa, su richiesta di Giorgio per spirito di partito, Visentini accettò di subentrargli al Bilancio, affrontò il dossier Sir, pretese che Rovelli uscisse di scena, solo così fece approvare dal Cipi il piano per il consorzio bancario. Il quale poi non funzionò, si risolse in espiazione di colpa degli istituti speciali, con una parziale conversione di crediti a capitale per la copertura di perdite pregresse, fino a che nel 1980 la Sir fu commissariata e liquidata con una legge che ricalcò l’amministrazione straordinaria varata il 3 aprile 1979.

Pochi mesi prima di morire, al congresso del partito nel giugno 1978, Ugo La Malfa preannunciò la sua uscita di scena, ricordò che per risolvere i problemi del paese le aveva provate tutte, ma invano, perciò passava il testimone ai congressisti (L’avvenire che ho voluto, Edizioni della Voce 1978). Sull’economia reale indicò quattro problemi di fondo: il peso dell’eredità culturale protezionistica e autarchica; la proliferazione delle società partecipate dallo Stato al servizio di questo o quel politico; il lavoro nero; la disoccupazione nel Mezzogiorno.

Ci vollero altri 15 anni perché le scorie di protezionismo e autarchia ereditate dal ventennio fascista fossero sciolte con il completamento del Mercato unico europeo nel 1992. E tuttavia solo le medie imprese hanno innovato e si sono internazionalizzate, conseguendo benefìci di redditività e dando più lavoro, mentre le grandi in molti casi non ce l’hanno fatta e il sistema produttivo italiano nel complesso è declinato perché impreparato a competere senza protezione statale. Rigurgiti di incultura autarchica, trasversali agli schieramenti politici, alimentano tuttora slogan subliminali e perversi come settore strategico e compagnia di bandiera.

Il numero di società partecipate dalle Amministrazioni pubbliche è salito a 6.470 nel 2009 e a 9.184 nel 2016. Nonostante il ministro dell’Economia invochi rispetto per le società quotate, Lega e 5Stelle hanno occupato i cda perfino delle società controllate da Cassa depositi e prestiti, sbugiardandone il carattere privato sentenziato dalla Corte Costituzionale.

L’economia sommersa e illegale nel 2016 secondo l’Istat (ultima rilevazione) valeva più di 210 miliardi, il 12,4 per cento del pil, con un’incidenza di un terzo nei servizi e di un quarto nel commercio, nei trasporti, negli alloggi e nella ristorazione. Nel 1978, la percentuale dei lavoratori irregolari superava il 20 per cento (Gaetani d’Aragona 1979). Per il 2016 l’Istat lo ha calcolato al 16 per cento, ma con una punta del 47 per cento nei Servizi alle persone.

La disoccupazione nel Mezzogiorno è più che raddoppiata dall’8 per cento del 1978 al 18,4 del 2018 (Istat). L’indebolimento del Mezzogiorno trova riscontro in questi giorni nella vastità del ricorso al reddito di cittadinanza, che però è un indennizzo, non una soluzione delle cause del problema.

Il mancato superamento dei dualismi del paese e il perdurare degli attacchi istituzionali («Sono diversi anni che Bankitalia non ci prende», Di Maio 19 gennaio 2019) da quarant’anni sono due facce della stessa realtà.

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

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