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2° – IL MEZZOGIORNO NELL’OCCIDENTE di Guido Compagna

Ha ancora senso parlare di Mezzogiorno nell’Occidente ricordando oggi Francesco Compagna e Giuseppe Galasso e la loro comune esperienza e battaglia culturale giornalistica e politica? Probabilmente sì, anche se a prima vista potrebbe sembrare il contrario. Oggi il concetto stesso di Occi- dente è messo a dura prova: basta pensare alle divisioni e alle difficoltà di un’Europa sempre più trainata dagli interessi dei singoli stati e con i sogni comunitari delle origini che si attenuano dinanzi al prevalere della finanza sulla politica. Il tutto mentre alla presidenza degli Stati Uniti è stato eletto Donald Trump. Lo stesso vale per il Mezzogiorno: con una questione meri- dionale che non è riuscita ad affermare la sua centralità e anzi viene ogni giorno messa in discussione, e considerata come un ingombro e un ostacolo alla crescita dell’economia nazionale.

Eppure proprio per questo a Napoli in una sede come quella dell’Istituto Italiano per gli Studi Storici è importante ricordare l’esperienza di «Nord e Sud» e due fondamentali protagonisti di quella stagione. Il primo numero della rivista del dicembre è del 1954 e l’ultimo, all’indomani della morte di  Compagna, uscirà nel dicembre del 1982. Mezzogiorno nell’Occidente è appun- to il titolo dell’articolo di Ugo La Malfa che apre quel primo numero. È il concetto lamalfiano dell’Italia e in particolare del suo Mezzogiorno che deve aggrapparsi alle Alpi guardando all’Europa, all’Occidente, per non precipitare nel Mediterraneo. Un concetto che è disperatamente attuale nei giorni nostri e che, per certi versi, era politicamente rivoluzionario nel Mezzogiorno dei primi anni Cinquanta. Nel Sud c’erano ancora le destre forti: ora monarchiche ora qualunquiste, ora neofasciste. A Napoli c’era il sindaco Achille Lauro.

Quella di «Nord e Sud» sarà così prima di tutto una battaglia politica per la modernizzazione del Mezzogiorno che deve da un lato liberarsi dai suoi vizi (le nostalgie borboniche, una classe dirigente di notabili fonda- mentalmente conservatori e talvolta reazionaria) dall’altro cercare di col- locarsi in un solco europeo e occidentale per uscire da un isolamento cul- turale talvolta rassegnato, spesso cercato e voluto.

Ma la battaglia di «Nord e Sud» è su due fronti: da un lato quello del- l’opposizione senza se e senza ma alle destre monarchiche e borboniche, dall’altra un confronto senza sconti con il mondo comunista, che a Napoli e nel Mezzogiorno trova espressione in un agguerrito (politicamente) e strutturato gruppo dirigente. Non è un caso che «Nord e Sud» si trovi a presidiare il fronte della cultura politica liberal democratica contrappo- nendosi in un confronto alto con «Cronache meridionali», la rivista degli Alicata, Amendola, Chiaromonte, Napolitano.

Il senso di quella battaglia meridionalista è spiegato proprio da Com- pagna e Galasso in un articolo pubblicato nel gennaio del 1967, dal signi- ficativo titolo Autobiografia di Nord e Sud. In esso si analizzano anche «i limiti dell’azione apparentemente tutta progressiva del PCI nel Mezzogior- no». Tali limiti ideologici «derivavano direttamente dalla impostazione gramsciana riassunta nella formula dell’alleanza tra operai del Nord e con- tadini del Sud. Per quanti sforzi si facessero e per quanto la buona fede di Gramsci fosse assolutamente fuori discussione, quella formulazione si risol- veva e non poteva non risolversi in un modulo di subordinazione delle esi- genze contadine del Sud alle esigenze degli operai del Nord». Riaffiorano in queste parole i temi della vecchia polemica che Gaetano Salvemini aveva condotto nei confronti dei sindacalisti e dei socialisti (Turati in testa) del suo tempo accusati di sacrificare gli interessi e i bisogni dei “sudici” (i disoccupati del Sud) a quelli dei meglio organizzati e sindacalizzati operai del Nord. Dl resto «Nord e Sud» ha sempre considerato Croce e Salvemini i suoi principali riferimenti di cultura politica.

Fin qui i principali fili attorno ai quali si sviluppava la battaglia poli- tica della rivista: europeismo e atlantismo senza se e senza ma in politica internazionale, apertura a sinistra che si fermava alle soglie del PCI in politica interna, anche e soprattutto per non mettere in discussione la collocazione internazionale del Paese. E qui credo sia necessario fare una sottolineatura sulla personalità di Compagna e Galasso. Entrambi erano sì uomini di cultura, ma anche e soprattutto uomini politici. Non soltanto di partito, ma anche dirigenti di partito. Quando Compagna fonda «Nord e Sud» ha appena lasciato il PLI, dopo che con la segreteria Malagodi ha svoltato a destra. Successivamente sarà deputato e dirigente del Partito Repubblicano. Quanto a Galasso è un esponente del PRI del quale è per lungo periodo anche segretario regionale. Prima di rappresentare i repub- blicani in incarichi di governo. Insomma uomini non prestati alla politica, ma politici convinti e impegnati.

E qui vorrei ricordare che tra Compagna e Galasso nel 1968 ci fu un forte contrasto personale proprio all’interno del Partito Repubblicano. Pro- vo a riassumere per come ricordo io le cose. È il 1968. Compagna è stato sondato da Giacomo Mancini per un’eventuale candidatura con i socialisti in un collegio senatoriale calabrese. In quella regione il PRI per favorire la sua candidatura non presenterebbe candidati al Senato. La vicenda ini- zialmente ben avviata si inceppa soprattutto per le aspettative (legittime) su quel collegio di esponenti socialisti locali. A quel punto La Malfa offre a Compagna di fare il capolista del PRI alla Camera nelle circoscrizioni

campane. Compagna accetta. Giuseppe Galasso era in quel periodo il segre- tario regionale dei repubblicani e probabilmente aveva più che legittime aspirazioni a guidare lui la battaglia elettorale del suo partito per il cui rafforzamento anche elettorale si era non poco speso. La lotta politica, soprattutto quella all’interno dei partiti, è dura, ruvida e quasi sempre lascia strascichi.

E nei rapporti personali tra mio padre e Peppino ne ha certamente lasciati. Quello che però è certo è che la collocazione politica dei due restò esattamente la stessa. L’ampia pubblicistica che entrambi hanno lasciato è lì a confermarlo. L’idea del Mezzogiorno nell’Occidente resse  (e come!) ad un forte scontro personale. E quando ancora giovane Compagna morì nel luglio del 1982 il primo ad accorrere a casa di mia madre fu Peppino. Il quale scrisse anche su «Il Mattino» un rigoroso e appassionato articolo di fondo.

Per quanto mi riguarda (e prendo qui a prestito una citazione da una bella biografia di La Malfa scritta dal compianto Ennio Ceccarini) su Com- pagna e Galasso «potrei dire quel che D’Artagnan diceva di Athos al figlio di questi, visconte di Bragelonne: tutto quel che so appresi da loro e vi assicuro che non fu colpa loro se così poco appresi».

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

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