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4°- NOBILI BATTAGLIE, IMMERITATE SCONFITTE di Ernesto Mazzetti

Apprezzabile è stata l’iniziativa della Fondazione Spadolini di ricordare le personalità di Francesco Compagna e Giuseppe Galasso, ed ancor più lodevole scegliere per tale commemorazione un titolo che si richiama ai due fondamenti della comunanza di queste personalità eminenti nella storia dell’Italia repubblicana: una comunanza di pensiero e azione. Ovvero il liberalismo e il meridionalismo.

I fondamenti del liberalismo, come filosofia e metodo nell’orientarsi nelle scelte politiche, li assorbirono entrambi negli anni trascorsi come allievi dell’Istituto per gli Studi Storici fondato da Benedetto Croce. Il meridionalismo lo intesero come impegno morale, prima ancora che intel- lettuale; da concretarsi in una coerente ed ininterrotta azione, guardando ad obiettivi di riequilibro tra le “due Italie” che rappresentassero anche occasioni per completare, sul piano sociale e territoriale, il processo d’uni- ficazione nazionale generato dal Risorgimento. E fu, il loro, criterio rigoroso nel tutelare l’azione meridionalista da lusinghe terzomondiste, respinte come perniciose derive fuori della cultura e degli schieramenti propri del- l’Occidente.

Su tali fondamenti di comunanza – lo ricordiamo tutti – nacque agli albori degli anni 50 del Novecento il lungo sodalizio che, superando differenze estrinseche – l’età, il ceto, gli indirizzi disciplinari, storico Galasso, geografo politico Compagna –, è risultato fertile di grandi apporti di pen- siero e di esempi. Cito, anzitutto, quale più concreto, prolungato esito di tale collaborazione la rivista «Nord e Sud», rimasta per un trentennio punto di riferimento nel dibattito politico e culturale italiano. E non solo italiano. È giusto citare, in quanto sintesi assai efficaci della linea editoriale seguita da «NeS» nel corso della sua vita, almeno due articoli, quello scritto a firma di entrambi, intitolato Autobiografia di Nord e Sud, pubblicato nel gennaio 1967 nel n. 85 della Seconda Serie della rivista (n. 146 della rac- colta complessiva), ed un secondo, intitolato Vent’anni e pubblicato come editoriale del primo fascicolo della Terza Serie (n. 241-243 della raccolta complessiva). Li si ritrova riproposti nel volume Nord e Sud quasi tren- t’anni (Napoli, SEN, 1985).

Ripercorrendo gli indici dei 337 numeri della rivista, che ebbe cadenza mensile fino al 1976, e poi trimestrale, s’incontrano le firme di oltre duemila autori, alcune ricorrenti con assiduità, altre solo occasionalmente. Vien facile comunque constatare come una quota significativa di quanti, dal secondo dopoguerra, hanno fatto la storia della cultura meridionale e in non piccola misura contribuito aquella della cultura italiana, sono transitati per le pagine di «NeS». Così pure, per quel che riguarda l’evoluzione del pensiero meridionalistico dagli anni 50 in poi, la collezione della rivista consente agevolmente di farne la storia offrendo una vasta antologia degli scritti dei molti che ora con autorevolezza politica, ora con prestigio scien- tifico e rilievo giornalistico, comunque sempre con impegno civile e cultu- rale, hanno sostenuto le ragioni e le opportunità del Sud, nell’ottica della politica economica nazionale così come negli indirizzi di politica agraria, di scelte industriali e infrastrutturali, di politiche sociali e sanitarie, di pia- nificazione urbana e regionale.

«Nord e Sud» era nata a Napoli, frutto di comune impegno e sentire di intellettuali per i quali il rapporto con Napoli era un rapporto con le proprie radici, con la storia dei luoghi oltre che con i protagonisti, remoti ed anche contemporanei, di tale storia.

A testimoniare del rapporto, o piuttosto potrei dire del sentimento, che Compagna e Galasso sempre conser- varono verso la città ove erano nati e dove, con intensa operosità, avevano trascorso la gran parte della vita che il destino loro riservava, breve quella di Compagna, più estesa quella di Galasso, penso siano significative appena due citazioni tratte da loro scritti. «Direi che ho con le pietre della città, con i muri delle case, con le vie e con le piazze, con tutto il paesaggio napoletano un rapporto fisico, ancestrale»: così si esprimeva Giuseppe Galasso, non ancora cinquantenne, nel libro-intervista pubblicato da Later- za nel 1978; e il medesimo rapporto, quasi fisico, alimentato negli archivi e sui testi, l’aveva già stabilito con il Mezzogiorno tutto; ricostruendo delle sue città, le sue genti, le storie dal Medio Evo ai giorni nostri, vicende che coinvolgevano destini collettivi, ma anche accadimenti minuti eppur signi- ficativi perché attraverso di essi si dilatava la percezione di dinamiche di ruoli e poteri. E suscita tuttora commozione rileggere, nel volume in cui Compagna aveva raccolto nel 1981, col titolo Dal terremoto alla ricostru- zione, gli scritti dedicati agli effetti del sisma dell’80, queste proposizioni d’epilogo: «… Più che mai intendo profondere tutto l’impegno possibile per una Napoli migliore di quella in cui sono vissuto e cresciuto. Ma so che, a me sessantenne, sarà difficile vederla e viverla, questa Napoli miglio- re, sognata per tutta la vita». Viveva, quasi presago della morte che pre- maturamente l’avrebbe colto l’anno successivo, con un senso di profonda angoscia il contrasto tra la razionalità delle proposte operative che la sua coscienza e competenza gli imponevano di formulare, e la percezione lucida della mancanza delle condizioni politiche necessarie per la loro attuazione, a causa della tormentosa dialettica tra interlocutori nazionali e regionali.

Celebrandosi nel 2002 il ventennale della prematura scomparsa di Compagna, ricordo che Galasso si disse convinto che egli non lasciava eredi. Ovviamente si riferiva al patrimonio di studioso e di uomo di Stato; eredità ideale e politica che, per la sua complessità ed ampiezza, appariva di difficile trasferimento, in blocco, ad altri. Chiariva Galasso come una parte di tale patrimonio dovesse considerarsi caducato: ad esempio l’idea di una politica speciale per il Sud, che aveva rappresentato il maggior titolo di merito per l’Italia repubblicana almeno nei primi venticinque anni della sua esistenza.

D’altronde nei vent’anni successivi alla scomparsa di Compagna, mutamenti del contesto politico e della temperie culturale avevano alterato il senso di impostazioni che erano proprie della tradizione meridionalista. In realtà, di tale tradizione Galasso è stato costante, intran- sigente continuatore, nella sua lunga ed operosa esistenza della quale siamo stati privati all’inizio del 2018; ed è stato grande l’apporto da lui offerto alla cultura dell’Occidente: nelle opere, nei ruoli ricoperti nelle Università, in istituzioni culturali, in politica, nel governo del Paese, in centinaia di articoli giornalistici.

Figure d’indiscussa eminenza, dunque, quelle di Compagna e Galasso. Ammirevoli nell’altezza di pensiero e nella coerenza con la quale a tale pensiero entrambi dettero seguito concreto nei ruoli cui la passione politica li aveva di volta in volta sospinti. Presenza nelle istituzioni parlamentari e in responsabilità governative quali consequenziali completamenti della missione intellettuale. Certamente resta il rammarico che un siffatto sodalizio abbia, nel difficile quinquennio finale degli anni 70, sofferto quell’offuscamento a tutti noi noto e senza dubbio doloroso per quanti verso entrambi conservavano pari sentimenti di forte apprezzamento e amicizia. In una riflessione postuma, può apparire perfino paradossale che all’origine ne fosse stata la comune militanza nel medesimo partito, il Repubblicano. Diversità di visioni tattiche. Non certo attenuarsi di stima e rispetto reciproci.

Ancora, la riflessione postuma m’induce a considerare che proprio il rigore osservato costantemente nel loro intellettualmente proporre e poli- ticamente operare ce li lascia apparire – e lo dico senza enfasi, ma con profonda malinconia – come protagonisti di nobili battaglie concluse nella sconfitta.

Perché è indubitabile definire come risolto in sconfitta il modello di una «civile urbanizzazione» del Sud, ipotizzato da Compagna. Visione illu- ministica, suffragata da esperienze di pianificazione a scala vasta operate altrove, e da lui sostenuta soprattutto come occasione per rilevanti mutamenti culturali nella società meridionale. Tali da operare, questo l’auspicio di Compagna, il progressivo avvicinamento del Mezzogiorno all’Europa “lotaringica” e da evitarne lo “scivolamento” nel Mediterraneo.

 

Eppurenon realizzata, perché presupposto di tale modello avrebbe dovuto essere la dislocazione nel meridione d’una parte consistente del patrimonio indu- striale italiano. Non solo tale dislocazione non è avvenuta, ma gli ultimi decenni ci hanno mostrato la dissoluzione di caposaldi della pregressa industrializzazione delle regioni del Sud. Onde, allo stato, è legittimo argo- mentare che la città meridionale resta il nodo problematico più rilevante d’una purtroppo permanente “questione meridionale”, anche se in vario modo esorcizzata nella mediocre temperie politica in cui viviamo.

Parimenti, e sottolineo purtroppo, si è palesata la sconfitta della nobile battaglia condotta da Galasso nella sua attività di sottosegretario all’Am- biente negli anni 80, quando si rese promotore di quella legge mirante a tutelare il territorio italiano da edificazioni ed urbanizzazioni che compromettessero aree montane, marine e lacuali, ovvero gli ambienti più delicati per valore di paesaggi ed equilibri identitari. Ambiziosa la legge che porta il suo nome: proporzionalmente neghittose, o sciatte le istituzioni regionali e locali preposte in prima battuta a renderla concretamente operante. Forse troppo strette le maglie tessute dalla legge per evitarne lacerazioni perpetrate da interessi privati, nell’impotenza di poteri locali e dello Stato, quan- do non nella collusione, purtroppo non rara nelle regioni meridionali. Tanto strette da ingenerare perfino solidarietà tra la miriade di autori del piccolo abuso e i responsabili di grandi, deturpanti violazioni. Onde è dato con- statare con raccapriccio come milioni di metri cubi edificati abbiano con- tinuato a sottrarre spazio alle frange periurbane e alle località turistiche. E centinaia di migliaia di contenziosi si siano venuti accumulando nei tribunali competenti.

Un’ultima notazione riguarda il Mezzogiorno di fronte all’Europa. Sempre da Compagna e Galasso veniva il monito ad operare per un più stretto inserimento nell’Europa, senza lasciarsi tagliar fuori in una dimen- sione mediterranea. L’evoluzione dell’Unione, ed il suo dilatarsi versoorien- te sempre più lascia temere una periferizzazione delle regioni meridionali. Un’altra sconfitta? Spererei di no. Alla speranza sempre ci esortano gli insegnamenti di Compagna e Galasso.

Credo che in tanti possano riconoscersi in qualche misura loro disce- poli, anche se mai stati loro allievi, o privilegiati da conoscenza diretta. Confido che a lungo tanti, come me, corrispondano con sentimenti di gratitudine al debito contratto verso i loro così illuminanti insegnamenti di vita e di pensiero.

 

 

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

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