Recenti

3° – DALL’ISTITUTO ITALIANO PER GLI STUDI STORICI AL «MERIDIONALISMO DELL’OCCIDENTE» di Antonio Duva

 

 

Francesco Compagna e Giuseppe Galasso sono due personalità che hanno avuto grande rilievo nella vita civile e politica del Mezzogiorno e del Paese.

Le loro radici intellettuali e morali stanno in un grande palazzo cinquecentesco, quello dei Filomarino della Rocca d’Aspide, che sorge nel cuore antico di Napoli, a pochi passi dalla chiesa di Santa Chiara.

Qui, secoli fa, Giovanbattista Vico era spesso chiamato a partecipare alle discussioni letterarie e filosofiche promosse dagli esponenti più colti di quella aristocratica famiglia; qui, ai primi del secolo scorso, prese dimora Benedetto Croce che, nel 1947, decise di fondare l’Istituto Italiano per gli Studi Storici fissandone la sede proprio in questo imponente edificio; qui – nella Napoli avviata alla ricostruzione dopo i lutti e le rovine del secondo conflitto mondiale – Compagna e Galasso, frequentando l’Istituto adistanza di meno di un decennio, compirono entrambi una parte, che si rivelò deci- siva, della loro formazione.

Compagna raccontò a chi scrive che, durante una pausa fra le lezioni che teneva agli allievi dell’Istituto, Benedetto Croce gli si rivolse dicendogli:«Ho notato che i problemi politici vi appassionano, vi impegnano a fondo, ma talvolta vi rendono anche malinconico». Era in fondo, quello del Mae- stro ormai vecchio, un viatico e, insieme, la lucida intuizione di una voca- zione seria e profonda che, nel corso del tempo, sarebbe stata largamente confermata dai fatti. La “nobiltà”, che Croce in un suo saggio famoso descrive come una dimensione possibile della politica, si manifesta sola- mente quando si intreccia con la consapevolezza di quale pesante impegno morale e pratico sia necessario per conseguirla.

Gli anni della formazione 

La lotta politica di quegli anni, siamo tra il ’47 e il ’48, non mancava né di complessità né di drammaticità e poteva ben indurre alla malinconia. Ed è appunto a questo tema – la lotta politica nel secondo dopoguerra – che, si può immaginare non a caso, Compagna dedica il suo primo saggio. Esso, secondo la definizione che ne dette l’Autore stesso, è «uno sforzo di onesta critica politica», svolto assumendo «questa nostra amara prospettiva meridionale».

Poche parole sufficienti a delineare una visione – sentita come una missione – alla quale Compagna restò fedele per tutta la vita nei diversi campi nei quali profuse intense energie: dalla ricerca universitaria all’opera in Parlamento; dall’azione di Governo al giornalismo. Egli adottò una linea di condotta che, sin da giovane, espose con chiarezza e alla quale si attenne con rigore senza mai sforzarsi di «far tacere la voce della nostra più parti- colare ispirazione politica e morale». Un’affermazione nella quale si coglie netto il rifiuto di mascherare le proprie convinzioni dietro lo schermo di una falsa e astratta oggettività.

Del resto (è sempre Compagna a scriverlo), quando una passione è autentica e scaturisce da una tensione verso il meglio «comprimerla non si deve, ma solo distenderla per una più pacata e più severa indagine».È un approccio che si può agevolmente rintracciare anche nell’opera di Galasso.

Il grande storico da poco scomparso, che spaziò su un arco temporale davvero ampio – pur nella diversità di valutazioni e di campi di ricerca che talvolta ebbe rispetto a Compagna –, mantenne sempre un filo con lui comune nei tre ambiti (la ricerca, la politica e il giornalismo) ai quali ha dedicato un lavoro straordinariamente vasto. E fu sempre sorretto da una convinzione ben precisa: «La memoria che ricorda non è una memoria vuota, libera o non libera che sia. È densa del suo passato, del suo presente, della sua attesa di futuro. Può essere libera da tutto; non può essere libera da se stessa», scrive in una delle sue opere più intense. La memoria – continua lo studioso – è storicamente condizionata.

«Essa porta sempre in sé e con sé idee ed emozioni, forme mentali e pas- sioni, tradizioni e aperture, interessi e disposizioni, influenze ricevute e slanci originali dei quali lungi dal potere o dal dovere liberarsi non può fare a meno di nutrirsi, e quanto più si nutre tanto più vigoreggia e cresce nella sua capacità di ricerca».

Sono espressioni molto nette e mettono assai bene in guardia contro la ricerca di una «impossibile neutralità dello storico», dando, al tempo stesso, grande forza al rifiuto di imporre i risultati del lavoro compiuto, quali che essi siano, come «via esclusiva alla verità e della verità».

Tanto dalle affermazioni di Compagna, ricordate più sopra, quanto da queste di Galasso emerge nitida l’impronta delle idee respirate negli anni giovanili nelle sale di Palazzo Filomarino.

Forse – se è consentito a chi scrive aggiungere una considerazione che va oltre i confini della mera analisi giornalistica – vi si può anche cogliere una attenzione particolare alla vitalità, a quella cioè che in alcuni scritti dell’ultimo Croce diventa il tema di una approfondita riflessione e viene identificata come una «funzione eccitatrice di tutte le forme della vita»5.

Com’è noto, infatti, il filosofo, in particolare nei saggi poi raccolti nel volume Indagini sullo Hegel, che apparve nel 1951, approfondì, anche con un taglio innovativo rispetto alle sue precedenti posizioni, il tema della vitalità, definita «irrequietezza dello spirito» e destinata a non essere mai del tutto soddisfatta.

Ed appena pochi anni prima, nel 1946, Croce aveva indicato nel «pri- mato del fare» non quello della prevalenza di una particolare forma dello spirito sulle altre, ma del principio che regge tutte le singole forme: in definitiva un elogio della attività contro la passività meramente contem- plativa.

In queste due posizioni – risalto al ruolo della vitalità; considerazione positiva e valorizzazione del concetto del pensare come “fare” – al di là degli aspetti strettamente legati alla speculazione filosofica, si può anche, a parere di chi scrive, intravvedere qualcosa di più.

Croce, malgrado avesse ormai raggiunto una età assai avanzata, mostrava interesse e apertura nei confronti di molti e nuovi aspetti della vita moderna: un moto di fiducia alimentato probabilmente anche dalla consapevolezza di quanto fosse necessario, per un Paese come il nostro, uscito stremato dalla tragedia della guerra, intraprendere con slancio la via della ricostruzione.

Un simile atteggiamento da parte di una figura di così grande autorità morale e intellettuale incoraggiava, specie fra i giovani, quanti volevano affrontare con uno spirito costruttivo i molti nodi da sciogliere negli anni che portarono alla Repubblica e nella stagione che, dopo di allora, si aprì.

Croce e Salvemini 

Questo rappresentò, senza dubbio, un elemento determinante nelle scelte sia di Compagna sia di Galasso.

In entrambi fu costante la fedeltà al magistero liberale dell’antico Mae- stro, ma non si trattò, in ogni caso, di una fedeltà inerte o stancamente ripetitiva; costituì, piuttosto, l’alimento per indagare con strumenti efficaci i problemi, antichi e nuovi, con i quali diventò indispensabile misurarsi in un’Italia investita da un rapido processo di trasformazione. Quella eredità ideale rappresentò perciò per loro un contributo prezioso per vivere con consapevolezza la modernità anche sfidando con assoluta indipendenza intellettuale opinioni largamente prevalenti, ma spesso illusorie o errate.

Non appare dunque casuale che i termini “vitalità” e “continuità” sug- gellino la conclusione dell’editoriale che apre la lunga strada di «Nord e Sud», la testata alla quale si accennerà più avanti.

Due, come è noto, furono i temi rispetto ai quali fu particolarmente intensa l’azione pubblica di Compagna e di Galasso: il riscatto del Mezzo- giorno e la costruzione dell’unità europea. E, accanto all’impegno di ricerca e all’opera politica e legislativa connessa a questi temi o, piuttosto, a questa propedeutica, vi fu appunto «Nord e Sud», la rivista fondata alla fine del 1954 da Compagna e della quale Galasso fu operoso collaboratore e per dodici anni, dal 1964 al 1976, condirettore.

Della comunità che attorno a quelle idee e a quella testata si raccolse (sia consentito, per tutte e per tutti, di fare solo due nomi: quello di Rosel- lina Balbi, che della rivista fu a lungo vice-direttrice, e di Renato Cappa, insostituibile “genius loci” di «Nord e Sud») e del ruolo che ebbe nella vita di Napoli e del Mezzogiorno (e non solo) molto è stato scritto.

Sono significative le testimonianze rese per riandare con la memoria alle vicende di quelli che lo storico Aldo Garosci volle definire «radicali del Mezzogiorno», ma che, forse più appropriatamente, si possono definire

«meridionalisti modernamente liberali»: meridionalisti legati al messaggio ideale di Croce, e, insieme, attenti alla lezione culturale e civile di Carlo Cattaneo e di Gaetano Salvemini.

Non sarebbe perciò utile dilungarsi sugli aspetti specifici di una lunga e gloriosa vicenda che è stata, oltre tutto, già oggetto di una approfondita disamina saggistica a cominciare dai contributi apparsi sulla «Nuova Anto- logia» subito dopo la scomparsa di Compagna6.

Merita piuttosto dedicare un po’ di spazio a qualche rapida considerazione che lega quella storia all’oggi.

Conviene, a questo scopo, tornare, prima di tutto, a Salvemini: all’in- nesto della concretezza (e, magari, anche della vis polemica) dello storico pugliese sulla visione ideale crociana.

Da questo incontro (la lezione di Croce, grazie alla quale «aveva imparato a pensare» con quella di Salvemini, grazie alla quale aveva invece «imparato a capire»)7 scaturisce l’originalità e la grande capacità di per- suasione del messaggio di Compagna, che diventa così anche politicamente più incisivo.

Del suo “debito” con Salvemini, Compagna parlò e scrisse più volte ma è qui opportuno soprattutto rilevare che il meridionalista napoletano mise in luce, a proposito della politica dei redditi, propugnata a lungo da Ugo La Malfa fra tante incomprensioni e ostilità anche da sinistra, che questa impostazione altro non era che l’aggiornamento della impostazione salveminiana contro «il riformismo settoriale, la cui risultante è oggettiva- mente antimeridionalista, e contro quello che Garosci chiama il riformismo massimalista», quello, cioè, che non sa calcolare il costo delle riforme8. Chi cede a questo genere di pratiche ponendosi in contrasto con il principio di realtà, finisce per non portare avanti una effettiva iniziativa politica ma, piuttosto, una mera enunciazione, rituale e propagandistica, delle riforme stesse: in definitiva una giaculatoria per lo più apportatrice di guai e non di vantaggi per il Paese.

Ecco perché quella di Compagna è stata sempre una dura e difficile battaglia su due fronti: contro il meridionalismo «querimonioso e querulo», che ebbe nel polemista Edoardo Scarfoglio il suo esponente di maggior successo; un meridionalismo, quest’ultimo, che non educa ma al contrario corrompe la piccola borghesia del Mezzogiorno e la espone alle tentazioni reazionarie e sanfediste; sul secondo fronte, invece, l’impegno di Compagna è volto a contrastare l’ideologia del classismo marxista («droga meravigliosa che sveglia gli animi dormienti, ma poi rimbecillisce» secondo la scabra definizione di Salvemini).

Il ruolo di «Nord e Sud» 

Ma ai meridionalisti di «Nord e Sud» è stata sempre chiara la distin- zione, anche qualitativa, fra i due fronti. E il  loro obiettivo è stato, come si leggeva nel primo editoriale di «Nord e Sud» del dicembre 1954, «liberalizzare la vita pubblica nell’Italia meridionale, chiarire fino in fondo e avanzare su tutti i piani l’alternativa della democrazia moderna, la sua por- tata civile, la sua carica sociale, il suo ideale politico».

Per conseguire questo traguardo sarebbe stato necessario operare una azione radicale di approfondimento e di denuncia e, al tempo stesso, sciogliere il grande e minaccioso equivoco del frontismo comunista allora in piena espansione.

Una posizione dunque per sua natura scomoda, esposta, come ben sapevano i promotori della rivista, a tutti i venti.

Questa fu la bussola meridionalista che orientò sempre con coerenza Compagna e Galasso.

Essa si tradusse, attraverso «Nord e Sud», in una espressione corale che animò, per quasi un trentennio, sino al 1982, una iniziativa di grande rilievo e sotto molti profili innovativa della vita culturale e, in senso lato, politica della Napoli e del Mezzogiorno di quella stagione. Con quali risultati?

Ernesto Mazzetti, che di Compagna fu strettissimo collaboratore sia in campo accademico sia come redattore capo della testata napoletana, traccia un bilancio sofferto di quella lunga esperienza o, più esattamente, dei presupposti scientifici che ne costituivano la base e si spinge a parlare9 di «doppio fallimento».

Egli individua due idee-forza nel meridionalismo che trovò espressione nelle pagine di «Nord e Sud»: la proposta di una «intensa terapia indu- striale» in accordo con la visione keynesiana dell’economista Pasquale Sara- ceno e la promozione di una «civile urbanizzazione» del Mezzogiorno. La concreta attuazione di entrambi quegli indirizzi avrebbe dovuto suscitare in quell’area una crescita qualitativa e quantitativa tale da avvicinarla alle condizioni di vita dell’Europa più prospera e progredita.

Ma, sostiene Mazzetti, in entrambi questi campo si sono registrate delle sconfitte: il presupposto dell’industrializzazione è – nella sostanza – venuto meno e ciò ha comportato anche il dissolversi del modello di urba- nizzazione auspicato da Compagna.

Nello specifico si tratta di affermazioni, purtroppo, largamente fondate. Esse tuttavia appaiono gravate da un eccesso di spirito autocritico che rischia di alterare il giudizio storico complessivo che va dato relativamente a «Nord e Sud» e all’opera dei suoi promotori.

Volendo ricorrere a un paragone di stampo risorgimentale si potrebbe ricordare che le idee dalle quali trassero spunto i moti degli anni Venti e Trenta dell’Ottocento e quegli stessi tentativi di scuotere gli antichi Stati italiani furono segnati da sanguinose e pesanti sconfitte. Ma non per questo la prospettiva unitaria che ne fu all’origine può considerarsi sbagliata ed essa, decenni dopo, si affermò pienamente.

Questa considerazione non vuole certo ignorare limiti e difficoltà della condizione meridionale, oggi tragicamente più evidenti che mai, e tanto meno cedere al fascino ambiguo e ingannevole della nostalgia. Il punto è un altro.

Compagna è scomparso nel 1982 e Galasso, poco più di un decennio dopo, ha concluso il suo impegno politico attivo. D’altra parte, è a cavallo degli anni Sessanta e Settanta che il meridio- nalismo comincia a cogliere concreti successi.

In termini economici il divario tra Nord e Sud, lungo l’arco dell’intera storia d’Italia, si è significativamente ridotto solo in un preciso periodo di tempo, quello che va dal 1962 al 197210, quindi negli anni caratterizzati dall’azione più feconda e virtuosa dell’intervento straordinario nel Mezzo- giorno; la stagione in cui, non a caso, il ruolo di uomini come Compagna  e Galasso acquista un rilievo pubblico crescente.

Da quegli anni in poi il Mezzogiorno ha seguito un percorso pieno di ritardi, di limiti e di contraddizioni lungo una strada che Compagna, in uno dei suoi ultimi saggi, definì «tutta in salita».

È un fatto però che – per effetto dell’impegno meridionalista vissuto con spirito unitario – quel pezzo d’Italia a quel tempo aveva smesso di confrontarsi con il problema di avere sufficiente chinino contro la malaria e cominciava invece a riflettere su come utilizzare il computer per rendere più efficienti le proprie iniziative.

Una eredità preziosa in un futuro denso di incognite 

Se questo sforzo di modernizzazione nel periodo successivo ha regi- strato più arretramenti che progressi e se oggi si deve fare riferimento a “fallimenti” della politica nei confronti del Sud del Paese, appare più per- tinente pensare a chi – dopo gli anni Novanta – ha avuto compiti di indi- rizzo strategico e di responsabilità operativa e, troppo spesso, ha mostrato scarsa o inesistente attenzione verso il problema del Mezzogiorno soprat- tutto in quanto grande questione nazionale.

Va anche ricordato che, agli inizi degli anni Settanta, il flusso migratorio dal Sud si era fortemente contratto dopo che dal 1950 al 1970 circa quattro milioni di individui avevano abbandonato le regioni meridionali.

Il che rende assai opinabile l’ipotesi che la tentata industrializzazione del Mezzogiorno abbia rappresentato un mero errore11; errore, al contrario, appare essere stato l’interruzione di questo impegno. Scelta della quale oggi si avvertono tutte le gravi e negative conseguenze.

Negli ultimi 16 anni secondo i dati dell’ultimo rapporto della Svimez sono infatti oltre 1 milione e 800 mila coloro che hanno lasciato il Mezzo- giorno: per la metà si tratta di giovani con meno di 34 anni fra i quali si contano più di 200 mila laureati.

Per la fascia di età dai 15 ai 34 anni il tasso di occupazione, nel Mezzogiorno, è risultato nel 2017 del 28,5 per cento; dieci anni prima sfiorava il 36 per cento.

Sono poche cifre: sufficienti, tuttavia, a dare la dimensione di quale portata siano, oggi, nel Mezzogiorno, il problema dell’occupazione e quel- lo, sotto molti profili speculare, del rinnovamento della classe dirigente locale.

Tentare di risolverli costituisce una sfida aspra anche per l’emergere in settori politici investiti di responsabilità di governo di umori pesante- mente antindustriali. Ciò, per di più, in un contesto aggravato da irrisolte tensioni nello scenario europeo e da una fase di evidente difficoltà della solidarietà atlantica. In passato, come ha di recente rilevato con lucidità Angelo Panebianco12, la sinistra classista è stata anticapitalista, ma non antindustriale.

Oggi, invece, sembra guadagnare spazio una ostilità quasi di principio verso l’industria, che tende ad allearsi con i sostenitori di un ecologismo spinto agli estremi.

Si tratta di prospettive inquietanti per un Paese che ha già subito, a causa della crisi che l’ha investito negli ultimi dieci anni, pesanti perdite, soprattutto nel Mezzogiorno, a fronte di un Pil mediamente cresciuto in Europa di oltre l’8 per cento.

Ecco perché la lezione di Francesco Compagna e di Giuseppe Galasso – che si sono sempre battuti per assicurare al Mezzogiorno e, di conse- guenza, all’Italia tutta la via dello sviluppo culturale e civile oltre che eco- nomico – appare oggi più attuale che mai.

Fedeltà alle proprie convinzioni, rigore intellettuale e costante spinta alla ricerca e al confronto sono gli ingredienti di un patrimonio ideale pre- zioso per chi ne conserva un grato ricordo ed utile per le giovani genera- zioni. È questa l’eredità da non disperdere che ci hanno lasciato uomini come Compagna e Galasso, che al compimento dell’unificazione sostanziale del Paese e all’affermazione degli ideali dell’unità europea hanno dedicato il meglio delle loro energie.

 

 

 

 

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: