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IL FUTURO DIFFICILE DELLA NOSTRA DEMOCRAZIA di Stefano Passigli Corriere della Sera 13 ottobre 2018

La democrazia è il risultato di un processo lungo circa due secoli. Fino all’inizio del ‘900 questo processo ha conosciuto una espansione sia nel numero dei regimi democratici, sia nella natura della democrazia che da sistema di regole e procedure a tutela dei diritti politici si è progressivamente convertita in garanzia anche di diritti civili e sociali.

La moderna democrazia trova i suoi fondamenti nelle rivoluzioni inglese, americana e francese, e il suo reale sviluppo con il costituzionalismo liberal-democratico ottocentesco. Cardine di questa visione “classica” della democrazia è il principio affermato nelle dichiarazioni dei diritti che tutti gli uomini sono nati eguali, principio che si è tradotto nell’ambito della politica nella regola “one man-one vote”, fondamento della regola di maggioranza. Alla base della visione classica  della democrazia e della stessa regola di maggioranza vi è però – almeno tacitamente – un ulteriore principio: la razionalità dell’uomo comune. Solo se si sottoscrive questo credo è infatti possibile sostenere che la lex majoris partis possa essere anche la lex melioris partis.

Questa visione della democrazia ha incontrato crescenti smentite nel corso del XX secolo. Credere nella razionalità umana è stato forse possibile nel clima culturale della felix Europa del positivismo scientifico e della fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive”, una fiducia che è stata irrimediabilmente scossa da due guerre mondiali, dall’olocausto e dai totalitarismi del ‘900. Alla fiducia nella democrazia classica si è venuta così sostituendo il riconoscimento che il comportamento politico non è razionale, e che i regimi democratici possono entrare in crisi e cadere. Come è infatti avvenuto persino in numerosi grandi paesi europei. Alla fiducia incondizionata nella razionalità di tutti i cittadini si è così venuta sostituendo una teoria “elitista” della democrazia – anticipata da Schumpeter e poi autorevolmente sostenuta da Sartori e Dahl – alla cui base è il riconoscimento che nei regimi democratici il ruolo della maggioranza, del “popolo”, non è quello di partecipare direttamente al governo delle istituzioni ma quello di scegliere a chi  affidarlo tra le minoranze in competizione per il potere. In questa visione della democrazia alle élites si riconosce una maggiore competenza, assegnando alla maggioranza oltre alla scelta della classe politica un ruolo di controllo sul suo operato. Tale visione richiede tuttavia l’esistenza di un sistema pluralistico e pluripartitico,  di una informazione non viziata da conflitti di interesse, e una classe politica percepita come legittima e capace dalla maggioranza dei cittadini.

L’elevata corruzione politico-amministrativa che ha caratterizzato numerosi sistemi democratici, il progressivo trasferimento delle decisioni a livello sovranazionale, e soprattutto la crisi economica che ha colpito le nostre democrazie aumentando drammaticamente le diseguaglianze al loro interno, e in molti casi la mancanza di partiti di opposizione considerati come legittime alternative alle forze di governo, hanno determinato quel rifiuto delle classi politiche tradizionali che ha aperto la via in numerosi paesi alla improvvisa ascesa di nuovi movimenti cui si è dato il nome di “populisti”, ancorché essi siano, al pari dei vecchi partiti, guidati dall’alto da un ristretto gruppo dirigente. Al tradizionale rapporto che legava la dirigenza di partito ai propri iscritti ed elettori attraverso una capillare organizzazione si è solo sostituito un rapporto attraverso i nuovi media digitali, aperto peraltro a possibili incontrollate manipolazioni. Questo rifiuto delle élites non è del resto limitato alla sfera politica, ma investe ormai profondamente l’intera società, ed è in realtà un rifiuto di ogni competenza ed autorità: prova ne siano nel caso italiano le violenze nelle scuole nei confronti dei professori, e ancor più  il rifiuto dell’evidenza scientifica alla base del movimento anti-vaccini.

Quale il possibile futuro dei nostri sistemi democratici? La limitata esperienza storica dei regimi democratici non consente certezze: vi sono state democrazie che dopo momenti di profonda crisi hanno ritrovato un equilibrio istituzionale e di corretta partecipazione politica. Ma vi sono state democrazie che sono precipitate in regimi autoritari illiberali. Forse possiamo non avere dubbi sul futuro di Inghilterra, Francia, Germania, o anche Stati Uniti. Ma quale sarà il futuro dell’Ungheria, della Polonia, e temo dell’Austria o dell’Italia? Molto dipenderà dalla tenuta dell’Unione Europea. In buona sostanza, o si tornerà a sistemi fondati sul ruolo di classi dirigenti competenti e legittimate dal riconoscimento popolare, o si scadrà in forme autoritarie ove la volontà dei singoli cittadini verrà manipolata, e ove anche le istituzioni fondamentali della liberal-democrazia saranno revocate per essere sostituite in un rapporto diretto con il popolo dalla volontà di un “capo politico”.  L’Europa ha già conosciuto simili momenti e simili leader: li ha chiamati “Dux”, “Fuhrer”, “Conducator”, “Caudillo”. Al di là della terminologia e dei simboli, essi sono un monito a ricordare che la democrazia è una costruzione fragile che può venir meno con facilità. Gli italiani sembrano oggi non esserne coscienti.

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

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