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LA DEMOCRAZIA DIGITALE E I RISCHI DI MANIPOLAZIONE di Stefano Passigli Corriere della Sera del 18 agosto 2018

Votare. In un sistema nel quale si potesse rispondere unicamente con un Si o con un No, sarebbero le domande delle “èlite” a contare più delle risposte del “popolo”.

Sono sempre più numerosi quanti in Italia affermano che la democrazia rappresentativa è in crisi. Tale crisi viene equata con la crisi dei partiti tradizionali e considerata come ormai irreversibile. A questa superficiale diagnosi si accompagna sempre più spesso l’indicazione dei meriti della democrazia diretta, ove il credo democratico dell’one man-one vote sarebbe sarebbe finalmente pienamente realizzato senza l’intervento distorsivo di organizzazioni intermedie e di elites tali non per maggiore competenza  ma per effetto di oscure manipolazioni (i “poteri forti”), e che con la loro stessa esistenza contraddirebbero l’eguaglianza assunta a principio unico della democrazia.
A fianco di studiosi seri che sottolineano come la democrazia rappresentativa sia oggi insidiata dalla progressiva traslazione delle decisioni dalle sedi tradizionali  (parlamenti e governi) a sedi sovranazionali (Onu, Ue, Nato, Opec, etc.) o a grandi strutture burocratiche autolegittimantesi ( Fmi, Bce, Wto ), e come sia quindi necessario rivitalizzarla integrandola con forme di democrazia partecipativa , si è venuta insomma diffondendo una vulgata che superficialmente afferma la fine della democrazia rappresentativa e l’avvento della vera democrazia ove finalmente “l’uno vale uno” e tutto è rimesso senza mediazione alcuna al volere del “popolo”. Il progresso tecnologico completerà il processo permettendo di consultare in tempo reale i cittadini e di affidare loro ogni decisione. In breve tempo l’inutilità delle assemblee legislative diverrà evidente ; nel frattempo si potrà selezionarne i membri per sorteggio.
Vengono così dimenticati oltre due millenni di storia e due secoli di teoria democratica. Come ben sa ogni persona di media cultura, la democrazia degli antichi riposava nella polis greca su di una divisione tra i “cittadini” dediti alla partecipazione politica, e i produttori, ivi compresi gli schiavi, responsabili della fornitura dei beni materiali. Il numero dei partecipanti alla vita politica era limitato, così come  i compiti dello stato che non richiedevano competenze specialistiche. Sarà solo con il superamento dello stato assoluto e della rappresentanza corporativa , e con l’avvento del costituzionalismo e il progressivo allargarsi del suffragio, che si affermerà la moderna democrazia rappresentativa. In altre parole, il cammino di quanto noi oggi consideriamo “democrazia” coincide con l’affermarsi della rappresentanza e della delega. La natura delle decisioni politiche nel corso del XX secolo diverrà sempre più complessa imponendo il formarsi di burocrazie specializzate, lasciando al popolo il fondamentale ruolo di scegliere a quali tra le varie elites in competizione tra di loro, portatrici di programmi diversi, delegare la funzione di governo. La democrazia rappresentativa non è insomma frutto della manipolazione di elites contrapposte al popolo, ma nasce e accompagna il divenire dello stato nazionale. Di quello stato così caro agli odierni “sovranisti” di cui la democrazia rappresentativa è un elemento costitutivo.
I limiti che essa oggi indubbiamente incontra nascono dai processi che già ricordavamo: globalizzazione e internazionalizzazione delle principali decisioni. È proprio per ovviare ai limiti che tali processi impongono alla volontà popolare che ha trovato rinnovato slancio la richiesta di partecipazione. Ma la democrazia partecipativa (referendum consultivi, proposte di legge di iniziativa popolare, referendum abrogativi) è cosa ben diversa dalla democrazia diretta ove i cittadini possono trovare un reale potere decisionale solo in comunità di piccole dimensioni e su questioni di portata limitata (come ad esempio nei cantoni svizzeri). Sulle grandi decisioni politiche la democrazia diretta, e ancor più la teorizzata democrazia digitale, affiderebbe al “popolo” solo il potere di dire un ‘si’ o un ‘no’ a domande non emendabili formulate da minoranze dirigenti (queste si elites non sottoposte a controllo o competizione). Altro che regno della democrazia ! Vivremmo in un regno di manipolazione permanente, ove le domande contano più delle risposte, laddove invece nella democrazia rappresentativa i cittadini possono intervenire nei processi decisionali e attraverso i propri rappresentanti e gli organi formativi della pubblica opinione imporre modifiche alle decisioni. Come già intuirono i nostri padri costituenti, alla democrazia rappresentativa ben si possono unire gli istituti della democrazia partecipativa. È’ stato un grave limite della nostra classe politica ignorare tutte le proposte di iniziativa popolare, e spesso abusare del referendum abrogativo. Ma si tratta di istituti che assieme al referendum consultivo possono essere rivitalizzati dando nuova linfa alla democrazia rappresentativa, evitando di consegnarla agli apprendisti stregoni di una falsa democrazia diretta, troppo spesso manipolata.

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

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