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UNA LEGGE ELETTORALE CHE NON SIA FATTA PER I PARTITI di Stefano Passigli Corriere della Sera 25.09.17

La presentazione da parte del PD di una nuova proposta di legge elettorale se da un lato va vista con favore perché può finalmente sbloccare l’impasse creato dalle sentenze della Consulta, dall’altro va giudicata negativamente perché non risolve né il problema della governabilità, né quello della rappresentatività del Parlamento.

L’attuale proposta non appare infatti sufficiente a garantire quella governabilità che in presenza di un assetto multipolare del sistema partitico, e in assenza di una legge elettorale realmente maggioritaria, poteva essere assicurata solo dal mantenimento di un premio e dalla sua estensione dalla lista alla coalizione vincente. Nell’attuale assetto multipolare del nostro sistema partitico, il sistema misto proporzionale-maggioritario proposto dal PD – impropriamente qualificato come una modifica del Mattarellum dai cui effetti differisce invece in maniera radicale – non garantisce in alcun modo la formazione di una maggioranza di governo. Il Mattarellum invece, malgrado la frammentazione partitica e il trasformismo incoraggiati dal collegio uninominale, prevedendo una componente maggioritaria ben più rilevante offriva almeno una concreta possibilità di produrre maggioranze di governo, come dimostrato dalle elezioni del 1996 e 2001. Rinunciando a qualsiasi premio di governabilità, e ben sapendo che nessuna coalizione potrà raggiungere una maggioranza  in entrambe le Camere, l’attuale proposta maschera dunque la convinzione – e forse il desiderio – dei proponenti di poter riesumare il patto del Nazareno e dar vita dopo le elezioni ad una grande coalizione di governo PD-Forza Italia, sottovalutando però il rischio che la coalizione vincente possa risultare invece quella, in chiave anti-europea, di Lega e M5S.

A questo difetto si accompagna l’altrettanto grave vulnus inferto alla rappresentatività del Parlamento. La proposta, prevedendo il totale blocco delle candidature nella quota proporzionale, segna il ritorno al deprecato Porcellum, ignorando con una arroganza senza precedenti  che il blocco delle liste era stato dichiarato incostituzionale dalla Corte solo 3 anni fa. L’esigenza di ridare ai cittadini il diritto di eleggere i propri rappresentanti viene così del tutto ignorata, rafforzando il paradosso – unico al mondo – di una democrazia rappresentativa fondata su di un Parlamento di “nominati”. La ragione di una simile proposta è evidente: assicurare ai leader dei quattro maggiori partiti un controllo assoluto dei propri gruppi parlamentari. Dal punto di vista della rappresentanza la proposta del PD è così persino peggiore del  Consultellum, in quanto permette loro di nominare i propri fedeli nei collegi più sicuri del maggioritario e nelle posizioni più utili nelle liste della proporzionale, a scapito degli altri parlamentari dello stesso partito. Ne consegue non solo una pressoché totale perdita di rappresentatività del Parlamento, ma anche che le minoranze di tutti i partiti verranno del tutto estromesse dalla rappresentanza, alterando così la stessa natura del nostro sistema partitico. E’ proprio questo aspetto che rende la proposta del PD appetibile per i maggiori partiti, compreso il M5S che non la approverà; ma è proprio questo aspetto che rende la proposta infausta dal punto di vista sistemico. Si aggiunga che mentre in un sistema tendenzialmente bipolare il collegio uninominale rafforza l’assetto bipolare, in un sistema multipolare e frammentato il maggioritario uninominale incoraggia la formazione nei collegi di desistenze e alleanze atipiche, necessarie per la vittoria ma inevitabilmente causa di trasformismo. Aspetto quest’ultimo di cui la nostra cultura non ha certo bisogno, e che la proposta rischia di rendere strutturale e permanente.

Se la proposta non assicura né governabilità né rappresentatività, ed ha anzi – specie in assenza di norme attuative dell’art. 49 della Costituzione – un effetto negativo sul sistema partitico rafforzando il trasformismo e la tendenza verso partiti personali, solo l’interesse degli attuali leader spiega la sua probabile approvazione. Tra la certezza che nelle prossime elezioni essa non produca una maggioranza di governo, e la possibilità per Berlusconi, Grillo, Renzi e Salvini di nominare ciascuno la quasi totalità dei propri deputati e senatori, rendendosi così assoluti padroni dei rispettivi partiti, i nostri “signori della guerra” si accingono ancora una volta a scegliere il proprio interesse particolare rispetto all’interesse generale di dar vita ad una legge elettorale che permetta la governabilità ed assicuri una adeguata rappresentanza. Per anni la qualità della nostra classe politica è venuta progressivamente declinando. Ma mai si era giunti a questo penoso livello in cui gli interessi dei vertici di partito predominano così apertamente sino a ledere i principi fondanti della democrazia rappresentativa. Possiamo solo sperare che il quadro della politica e dell’economia internazionali non impongano nel prossimo futuro decisioni difficili e traumatiche. Un paese senza governo o con maggioranze fragili, e con istituzioni crescentemente delegittimate  – come il nostro rischia di essere dopo le prossime elezioni – correrebbe seri rischi di tenuta sia economica che democratica.

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

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