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UN SISTEMA INGOVERNABILE AFFLITTO DA LEADERGISMO di Stefano Passigli (su Corsera 13.5.17)

Democrazia. Non si sta contrastando la crisi dei partiti ma anzi se ne rafforza la tendenza a divenire strumenti personali al servizio di un “capo” e del suo enteurage.     Anche il dibattito sulla legge elettorale non aiuta.

In una Italia afflitta da croniche inefficienze degli apparati pubblici, da rinnovate diseguaglianze economiche, e da storici squilibri territoriali, due sono i principali criteri per giudicare l’azione dei governi: il successo delle loro politiche economiche, e l’efficacia delle loro politiche istituzionali. Entrambi i criteri indicano che dopo gli interventi di emergenza  del governo Monti, l’azione di governo non è stata all’altezza dei problemi.

I dati lo confermano. Malgrado il positivo giudizio che può darsi su singoli provvedimenti del governo Renzi, in Italia il Pil tra il 2008 ed il 2016 è diminuito in termini reali di quasi 8 punti percentuali. L’Italia ha il maggior rapporto debito/Pil di tutta l’Europa salvo la Grecia, ma mentre questa negli ultimi 3 anni lo ha abbassato di 6 punti l’Italia lo ha aumentato di circa 4. In questa legislatura l’avanzo primario è sceso rispetto al record virtuoso del governo Prodi di quasi 3 punti. La caduta dei nostri investimenti pubblici è stimata in circa il 20%. La disoccupazione giovanile è seconda alla sola Spagna che però ha indici economici più dinamici. In questo quadro è inevitabile che la domanda interna ristagni, mentre l’export è esposto al possibile protezionismo USA che causerebbe una caduta del commercio internazionale. Analogo effetto negativo avrebbe un deprezzamento del dollaro quale misura alternativa a scelte protezionistiche. A fronte di questo quadro, aggravato dalla fine del quantitative easing e dal futuro aumento dei tassi, le misure sinora adottate sono del tutto insufficienti ad una ripresa dello sviluppo, e il dibattito su Def e legge di stabilità appare più orientato da parte del PD a nascondere i problemi e a rinviarne la soluzione a dopo le elezioni piuttosto che ad affrontarli. Le critiche mosse ai “ministri tecnici” lo confermano.

L’inadeguatezza della classe politica che ha guidato il paese in questi ultimi anni appare evidente se confrontata con le grandi scelte della vituperata prima repubblica: adesione alla CECA e politica di libero scambio culminata nel Mercato Comune; piano Sinigaglia per la siderurgia e sostegno dato alla politica energetica dell’ENI; riforma agraria; riforma Vanoni del sistema tributario; grandi interventi infrastrutturali; nazionalizzazione dell’energia elettrica; sistema sanitario nazionale; scolarizzazione di massa; e così via. I primi decenni di storia repubblicana hanno contribuito al nostro benessere: gli attuali mali non discendono dalla prima repubblica ma dalla qualità dell’attuale classe politica.

Anche se consideriamo le politiche istituzionali il bilancio è negativo. Anziché promuovere un valido federalismo fiscale che limitasse la spesa pubblica delle Regioni si è intervenuti erroneamente sul Titolo V. Ed anziché concentrarsi sul riordino degli enti locali e delle loro partecipate, e sulla pubblica amministrazione portando a compimento la riforma Madia, si è preferito indulgere in due tentativi di grande riforma costituzionale entrambi conflittuali. Si aggiunga il problema dei tempi della giustizia penale e civile, l’una oberata dalla mancata riforma della prescrizione, principale fonte della lunghezza dei processi (solo in Italia e Grecia la prescrizione non viene meno con l’inizio dell’azione penale), e l’altra dall’assenza di una adeguata legislazione in materia fallimentare e di crisi di azienda.

E’ in queste condizioni che i nostri governi devono affrontare crisi epocali come il fenomeno migratorio. Una classe politica responsabile affronterebbe in primo luogo riforme che consentano di superare l’attuale crisi di legittimità cui si deve portare risposta non solo in termini di governabilità quanto massimizzando partecipazione e rappresentatività. Ciò implica dotarsi di un sistema elettorale che elimini ogni forma di liste bloccate ivi inclusi i capilista,  varare le leggi sui partiti e sul conflitto di interessi giacenti in Senato, e nuove norme in materia di nomine pubbliche che ne assicurino la trasparenza.

Non a questo si accingono i nostri leaders. Non si sta contrastando la crisi dei partiti ma anzi rafforzandone la tendenza a divenire strumenti personali al servizio di un “capo” e del suo entourage; non si sta  innovando il sistema elettorale ma solo scivolando sulla china che porterà ad elezioni con le leggi decise dalla Consulta. Se così è, va detto con chiarezza che, anche se armonizzate come chiede il Quirinale, esse non garantiranno alcuna maggioranza. Con un sistema proporzionale solo un premio del 12-15% concesso alla lista o coalizione di liste che superi il 33-35% potrebbe permettere di raggiungere una maggioranza nelle due Camere, ma data la diversità del loro corpo elettorale senza certezza che essa sia omogenea. Il sistema tedesco che alcuni propongono è un sistema misto collegi-liste bloccate interamente proporzionale che non risolverebbe né il problema della governabilità né quello della rappresentatività. Né ci si illuda che una coalizione PD – FI raggiungerebbe sicuramente una maggioranza omogenea nelle due Camere. Più probabile che – al contrario degli altri grandi stati europei – l’Italia si consegnerebbe ad un populismo dagli incerti programmi. Il ritorno ad un sistema maggioritario è ancora possibile solo che il PD si impegni realmente in tal senso rinunciando a soluzioni che appaiono più mirate a controllare le candidature che a favorire la governabilità. L’onere della proposta è suo: essere maggioranza comporta oneri cui non si può sottrarsi. In questa situazione, occorre almeno che si rinunci con chiarezza – come Renzi sembra aver fatto – alla prospettiva di elezioni anticipate  permettendo al governo Gentiloni risoluti interventi di politica economica senza attendere la finanziaria. Se questo non avverrà, il paese sarà condannato all’ingovernabilità e si allontanerà sempre più dai risultati delle altre economie europee.

 

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

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