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TerzaRepubblica di Enrico Cisnetto Un Paese senza progetto

POLITICA, MEDIA, POTERE ECONOMICO LAVORI IN CORSO SENZA UNO STRACCIO DI PROGETTO

Sul palcoscenico della politica sono in corso le prove, a dir poco concitate, di un nuovo spettacolo. Si recitano a soggetto le seguenti scene: la trasformazione del Pd nel renziano “partito della nazione”, l’aggregazione dentro e fuori i Democrat di ciò che è o ritiene di essere a sinistra, la formazione di due o forse addirittura tre centri (quelli vicini a Renzi e che intendono rimanerci, quelli che sono tentati dal ritorno nel centro-destra e quelli, come Passera e Marchini, che non stanno né di qua né di là), la faticosa e tormentata riorganizzazione di quella che era l’area berlusconiana e che non è più di Berlusconi ma non è ancora (e dubitiamo che lo sia mai) di Salvini; i disperati tentativi di rimettere insieme i cocci della destra; il cammino verso l’ignoto dei 5 stelle, che rischiano di diventare la più clamorosa incompiuta della storia repubblicana. Manca però un copione, sia generale che delle specifiche vicende, e dunque la sensazione diffusa è quella di una grande confusione. Se a ciò si aggiunge la riforma costituzionale che, come faceva giustamente notare Giuseppe Franco Ferrari sul Sole 24 Ore, lascia del tutto incompiuta la modernizzazione della forma di governo, se ne deduce che la rappresentazione a cui assistiamo può essere titolata in tutti i modi tranne che “viaggio verso la Terza Repubblica”, come invece si vuole far credere.

Ma negli ultimi giorni sul proscenio ha preso il sopravvento un’altra recita non meno affannata, quella dell’establishment economico e finanziario. L’accorpamento tra i gruppi editoriali degli Agnelli e di De Benedetti – un vero e proprio incesto, secondo Cesare Romiti – e la conseguente uscita di Fiat (ci ostiniamo ancora a chiamarla così) da Rcs-Corriere della Sera, cui si aggiunge una sempre più evidente divergenza di interessi tra Marchionne e gli eredi dell’Avvocato, compreso il sempre meno mansueto John Elkann, ormai adottato come figlio dall’Ingegnere, appare come la pièce teatrale più vivace. Ma non sono da meno le grandi manovre bancarie – dai vari tentativi di aggregazione alle voci di un riassetto interno a Unicredit – così come il rinnovo dei vertici di Generali (in atto) e in Telecom (prossimo venturo). Il tutto con sullo sfondo la nervosa corsa alla presidenza di Confindustria, che dovrebbe sancire – nelle intenzioni, vedremo se nella pratica – i nuovi equilibri di rappresentanza del nostro capitalismo. La sensazione è che la confusione regni sovrana. Finalmente tutti si sono accorti di quello che era evidente da molti anni: l’estinzione dei “salotti buoni”, la fine dei “poteri forti”. Ma questo, oltre ad essere un dato acquisito, è anche poco importante. Nel senso che non saremo certo noi a piangere il disfacimento del vecchio “sistema paese”, quell’insieme di ruoli, uomini, prassi, relazioni e abitudini, che hanno costituito l’intelaiatura su cui in Italia si è retta l’organizzazione della politica, dell’economia e della stessa società nell’ultimo quarto di secolo. È la “fine di un mondo”, a cui Renzi ha contribuito non poco con il suo disintermediare rappresentanze, consorterie, rendite di posizione. È bene che sia così. Il problema, però, è che occorre costruirne un altro, di mondo, e nulla si vede all’orizzonte. Un paese deve avere un sistema, deve poter godere del vantaggio di punti di riferimento autorevoli. Il vero nodo, dunque, per la politica come per il capitalismo made in Italy, è avere in testa come ricostruire. Non basta buttarsi alle spalle passato e presente, bisogna avere idea di come costruire il futuro. Altrimenti rimangono solo le macerie.

Per esempio: se i salotti (o tinelli) buoni, i patti di sindacato e i tanti altri strumenti del cosiddetto capitalismo relazionale sono superati e desueti, è inutile accanirsi a difendere quel che ne rimane o versare lacrime di rimpianto auspicando che tornino; serve, invece, prenderne atto e però, nello stesso tempo, rendersi conto che un sistema industriale complesso non può essere semplicemente la somma delle imprese esistenti, ma ha bisogno di una configurazione sistemica. Sarà un sistema diverso da quello del passato – ormai ridotto ad un pollaio di galli spennacchiati che si beccano – ma pur sempre sistema il capitalismo deve fare. I nuovi assetti editoriali vanno in quella direzione o sono soltanto il tentativo di salvare il salvabile? La Confindustria è in grado di dare forza e potere negoziale alla parte sana dell’apparato industriale, quel manifatturiero che ha sconfitto la malattia del nanismo e si è internazionalizzato sia sotto il profilo della finanza che dei mercati, oppure è preda di piccole caste autoreferenziali? La presenza di capitali non italiani in alcuni snodi del nostro capitalismo, di per sé cosa utile, siamo capaci di evitare che diventi una forma di colonizzazione? Se dovessimo dire che ci sentiamo di dare risposte incoraggianti a queste domande, diremmo una bugia. Come per la politica, bene la parte destruens se contemporaneamente c’è quella costruens, altrimenti si resta sepolti sotto i detriti.

C’è bisogno di riprogettare tutto: il sistema politico e istituzionale, le imprese e le loro relazioni, la rappresentanza degli interessi, la magistratura, le dinamiche della vita sociale, la mentalità collettiva. Una sfida immane. Che non può ridursi a regolamento di conti, per quanto sia necessario ed opportuno regolarli.

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

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