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Un quattro dicembre da ricordare. di Livio Ghersi

Ho l’abitudine di andare a votare presto e, passate da poco le otto del mattino, ero già tornato a casa, dopo aver assolto il mio dovere di elettore. Quella domenica, 4 dicembre 2016, avevo sensazioni negative. Nelle settimane precedenti, avevo visto il Presidente del Consiglio Renzi occupare tutti i possibili spazi televisivi e temevo che una parte rilevante dell’opinione pubblica, quella più anziana, che frequenta poco la rete Internet o la disconosce del tutto, avrebbe finito per lasciarsi condizionare dal messaggio per il Sì, veicolato massicciamente dai canali televisivi.

Nel mio piccolo, ho cominciato a studiare la proposta di riforma costituzionale e, immediatamente, ad oppormi ad essa, fin da quando fu presentato il disegno di legge costituzionale d’iniziativa governativa (DDL n. 1429, Atti Senato, a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri, Renzi, e del Ministro per le Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Boschi). Il mio primo articolo al riguardo, pubblicato nel quindicinale on-line di Critica Liberale, titolato “I malcontenti del Senato”, reca la data del 12 maggio 2014.

Per quanti articoli, da allora in poi, avessi scritto e per quanti messaggi di posta elettronica avessi potuto mandare, nel tempo, agli amici ed alle persone con le quali sono abitualmente in corrispondenza, avevo chiara consapevolezza che il mio apporto individuale, nella guerra della comunicazione, era pari a zero.

Sono sempre stato abituato, per formazione culturale e per un certo romanticismo politico, a battermi per quelle che, dal mio punto di vista, erano le buone cause, battermi anche quando apparivano perse in partenza. Nessuna migliore causa del patriottismo costituzionale, della difesa della Costituzione della Repubblica italiana, scritta dai deputati all’Assemblea Costituente, di numerosi dei quali onoro la memoria. Eppure, quella domenica mattina mi sentivo un vecchio professionista della sconfitta, per nulla romanticamente nobile, ma proprio vinto, schiantato da una realtà che è troppo forte e dura nei confronti di chi tenta di opporsi. Forse anche gli effetti della chemioterapia contribuivano ad uno stato d’animo tendenzialmente depressivo.

In serata, quando sono cominciati a pervenire gli exit-poll, il mondo è cambiato. Non dico che sono stato sorpreso; perché parlare di sorpresa sarebbe riduttivo. Alla fine dello scrutinio, i dati ufficiali del Ministero dell’Interno sono inequivocabili. La partecipazione al Referendum è stata altissima: in Italia ha votato il 68,48 % degli aventi diritto; percentuale che si abbassa di poco, al 65,47 %, quando si tiene conto del voto della Circoscrizione Estero.

I No, il mio campo, sono stati, complessivamente, 19 milioni 419 mila (59,11 % dei voti validi), mentre i Sì sono stati 13 milioni 432 mila (40,89 %). Stiamo parlando di sei milioni di voti in più per il No; uno scarto che nessuno avrebbe potuto nemmeno lontanamente prevedere in questa misura.

Nella mia Sicilia, il 71,58 % dei voti validi sono stati per il No e stiamo parlando di un milione 620 mila persone in carne ed ossa. In tutta l’Italia Meridionale ed Insulare la vittoria del No è stata schiacciante; con percentuali del 72,22 % in Sardegna, del 68,52 % in Campania, del 67,16 % in Puglia, del 67,02 % in Calabria, del 65,89 % in Basilicata, del 64,39 % in Abruzzo, del 60,78 % in Molise. La “questione meridionale” a qualcuno sembra non più di moda? C’è un profondo malessere nel nostro Sud e chi proverà a liquidare il voto referendario come la conferma di una mentalità conservatrice di noi italiani meridionali, non ha davvero capito alcunché.

E’ molto significativo, tuttavia, che il No abbia ottenuto percentuali superiori al 60 % anche in Veneto, Friuli – Venezia Giulia, Liguria e Lazio. Soltanto in tre Regioni italiane i Sì hanno prevalso, ma con percentuali di poco superiori al 50 %: Trentino – Alto Adige, Toscana ed Emilia – Romagna. Ciò significa che c’è un dato omogeneo nell’intero territorio nazionale.

Quale valore dare a questo risultato? Viene punito chi ha creduto che si potessero modificare più di quaranta articoli della Costituzione imponendo al Parlamento un testo calato dall’alto, facendo affidamento su una maggioranza parlamentare ottenuta grazie ad una legge elettorale ultra-maggioritaria, di cui la Corte Costituzionale ha dichiarato la parziale illegittimità con sentenza n. 1/2014, maggioranza che i risultati del Referendum dimostrano non trovare alcuna corrispondenza nel Paese. Chi ha creduto fosse cosa “normale” mortificare ed emarginare le opposizioni parlamentari, fino a costringerle, ripetutamente, ad abbandonare le aule parlamentari; così come fosse “normale” costringere i più irriducibili dissidenti ad uscire dal Partito democratico.

Viene punito chi non sa concepire altro che la velocità della decisione e pensa sia giusto comprimere il principio di rappresentanza (fino a ridicolizzarlo), per puntare tutto sul principio di governabilità. Il sottinteso disegno autoritario sta in questo. Bisognerà, quindi, modificare anche quella legge elettorale, il cosiddetto “Italicum”, pensata insieme e fatta approvare negli stessi tempi, della tentata riforma costituzionale. Dal momento che ci sono ricorsi pendenti, bisogna auspicare che la Corte Costituzionale si pronunci prima possibile sull’argomento. Ciò contribuirebbe a sgombrare il campo da dubbi ed incertezze, aiuterebbe il difficile lavoro del Presidente della Repubblica, faciliterebbe l’individuazione di una soluzione nella sede propria, che è quella parlamentare.

E’ degno di nota che tutte le più rilevanti forze politiche che facevano parte del fronte del No (l’accozzaglia, nel lessico renziano) abbiano dimostrato di poter orientare la parte prevalente dei propri rispettivi elettorati. Secondo le primi analisi del voto referendario, hanno avuto un’ottima tenuta elettorale la Lega Nord, Fratelli d’Italia, Forza Italia, il Movimento Cinque Stelle. Anche la sinistra del Partito democratico ha fatto la sua, non trascurabile, parte.

Voglio ricordare anche l’apporto, certamente di qualità, se non di quantità, dato dal piccolo gruppo che ho sostenuto: il Comitato per il No che ha realizzato un coordinamento fra liberali, repubblicani e socialisti. Rispetto alle poche risorse, anche umane, disponibili, non sono state cosa da poco la tenacia e lo spirito di militanza dimostrati  da un periodico, quale Critica Liberale, e l’intelligente attivismo dell’Associazione per l’Unità repubblicana.

Mi piace citare anche il senatore Mario Monti che, con le sue argomentate dichiarazioni a sostegno del No, ha dimostrato la sua incomparabile superiorità intellettuale rispetto ai tanti che, in un recente passato, erano stati etichettati come “montiani” e che hanno creduto di trovare più convenente approdo nel partito di Renzi. Non dimenticherò mai come quei “montiani” abbiano sabotato e tradito, in occasione delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo nel 2014, la lista di “Scelta europea“, promossa dal leader liberale belga Guy Verhofstadt, e collegata con il gruppo dei Liberal-democratici, l’ALDE, in sede europea. Forse allora sapevano già che si sarebbero accasati nel PD e, dunque, ritennero inutile fare campagna elettorale per una lista alla quale, pure, avevano formalmente aderito e nella quale avevano espresso candidature. Ora li ho ascoltati argomentare per il Sì, e tutto è stato più chiaro.

In conclusione, chi abbia una visione negativa dell’impegno politico, non può immaginare quale gioia possa dare sentirsi parte di una comunità di milioni e milioni di persone, le quali, forse per le imperscrutabili vie della Provvidenza, in un dato momento si muovono all’unisono e fanno valere il proprio punto di vista contro la linea ufficiale, governativa, che era stata sposata acriticamente da tutti i principali mezzi di comunicazione di massa. Gli avvenimenti storici sono anche determinati da queste forze morali.

Nel bilancio della mia vita, ricorderò la data del 4 dicembre 2016 come una delle giornate più significative, che ho avuto la fortuna di vivere.

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

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