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La Riforma Costituzionale manca i suoi obiettivi – Stefano Passigli – Corriere della sera 16.11.16

Il referendum si avvicina, ma il numero degli indecisi è ancora intorno al 17-18%. L’intensificarsi della campagna non fuga l’incertezza, alimentata dalla politicizzazione del voto dovuta alla scelta di Renzi di personalizzare lo scontro, con il risultato che gli indecisi sono sollecitati ad orientarsi solo in termini di schieramento politico.

Come aiutarli a non decidere su basi emotive o di sola scelta politica? Occorre innanzitutto valutare gli obiettivi della riforma e la sua capacità di conseguirli. Sulla scheda gli obiettivi sono il superamento del bicameralismo paritario; la riduzione del numero dei parlamentari e del costo della politica; e l’abolizione delle competenze concorrenti Stato-Regioni, con l’introduzione di una clausola di supremazia dello Stato. A questi vanno aggiunti obiettivi non dichiarati quali il rafforzamento del Premier, e l’affidamento al governo dell’agenda parlamentare con ulteriore perdita di ruolo del Parlamento.

Quale che sia il giudizio sugli obiettivi, va detto che la riforma non è in grado di conseguirli. Il bicameralismo paritario viene solo parzialmente superato: anziché abolire il Senato, o trasformarlo in una assemblea realmente rappresentativa delle Regioni, come ad esempio il Bundesrat, se ne mantiene la competenza bicamerale su temi (riforme costituzionali ed elettorali, e legislazione attuativa dei trattati europei) che non hanno riscontro in nessuna altra Camera territoriale, mentre non ha voce sul bilancio, sulla ripartizione cioè delle risorse centro-periferie. Analogamente, il riordino del rapporto Stato-Regioni ordinarie è del tutto incoerente con il rafforzamento di quelle a statuto speciale, le cui competenze potranno essere modificate solo dietro intesa con le Regioni stesse: la riforma rafforza così un anacronistico regime differenziato. Infine, la riduzione del numero dei parlamentari, comporta un risparmio di soli 57 milioni. Gli obiettivi dichiarati della riforma non vengono insomma adeguatamente conseguiti.

Né diverso è il caso degli obiettivi non dichiarati. In Costituzione il ruolo del Premier non viene innovato, ma se il premio di maggioranza dell’Italicum  non verrà radicalmente modificato (e ciò non avverrà in caso di vittoria del “si”), egli godrà di un pieno dominio dell’agenda della Camera. Ciò però non garantirà maggiore velocità al procedimento legislativo. Il rinnovo graduale del Senato potrà  infatti facilitare il formarsi di maggioranze diverse da quella della Camera, e l’impossibilità per il governo di porre la fiducia potrà portare ad un blocco della legislazione. Inoltre,  la corsia preferenziale con obbligo per la Camera di votare entro 70 giorni le proposte del governo ridurrà il ricorso ai decreti legge da convertire entro 60 giorni, ma eliminerà anche il controllo che sui decreti esercita il Quirinale. In conclusione, non si velocizzerà la legislazione, ma si diminuirà una garanzia fondamentale.

La discrepanza tra obiettivi ed effettivi risultati della riforma è dunque molto forte. Ma è dubbio che gli indecisi basino il loro voto su questo aspetto anziché sulla base delle presunte  conseguenze di una vittoria o sconfitta del “si”. Comunemente alla vittoria del “si” si attribuisce tenuta del governo e stabilità del sistema, mentre alla vittoria del “no” si attribuisce una crisi foriera di elezioni  o al più di “governicchi”. I precedenti indicano invece che le conseguenze sarebbero l’opposto. Con la vittoria del “sì”, sarebbe infatti difficile evitare nuove elezioni, non tanto per la tentazione del Premier di sfruttare il successo, ma perché ben difficile sarebbe mantenere in vita un Senato oramai defunto. Sulla base del precedente del 1993, quando Scalfaro impose il varo di una nuova legge elettorale maggioritaria sciogliendo poi un Parlamento delegittimato dal referendum Segni, è legittimo ritenere che il Quirinale risponderebbe positivamente alla richiesta di nuove elezioni; varata la legge di stabilità il Parlamento verrebbe sciolto e la nuova Camera eletta con l’Italicum, il cui ballottaggio comporta i rischi più volte denunciati. E’ invece possibile ipotizzare che la vittoria del “no” porterebbe a formali dimissioni del governo Renzi, ma anche -sulla base dei precedenti – ad un suo rinvio alle Camere per varare la legge di stabilità e verificare se esso dispone ancora della loro fiducia. Scontata quella della Camera, ove il governo ha una solida maggioranza, è indubbia anche quella del Senato, ove numerosi senatori ben sanno che non verranno più rieletti in futuro. E ai condannati a morte un anno può apparire una insperata grazia.

Dell’azione del governo Renzi si può dare un giudizio complessivamente positivo, ma ciò non deve impedire agli indecisi di vedere che la riforma non consegue gli obiettivi che promette, e che nell’immediato può produrre effetti sulla tenuta del governo e la stabilità del sistema opposti a quanto comunemente si crede.

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
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