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Ai promotori dell’appello “Ai Repubblicani”

Cari Amici,
mi è pervenuto, per la cortese sollecitudine di Alfredo Arpaia e di Tino Bergamante, il vostro documento, diffuso nella imminenza del Congresso del PRI, partito nel quale ho militato lungamente e appassionatamente e che , con grande dolore, ho deciso di lasciare, ormai quasi vent’anni fa, per dissensi politici assai gravi.

Ma l’uscita dal PRI non ha alterato in nulla la mia fedeltà agli ideali e alla cultura del repubblicanesimo. Pur non riconoscendomi nei diversi orientamenti via via assunti dal Partito a partire dalla seconda metà degli anni ’90, infatti, ho sempre cercato di restare coerente, con quegli ideali e con quella cultura, nel corso di oltre 50 anni di impegno politico: tante battaglie condotte, per lo più, con scarso successo ma con convinzione ferma e con coscienza serena.

E’ stato proprio attenendomi a questo indirizzo che, da tempo, ho scelto di operare nell’ambito di quell’area del Partito Democratico che si richiama , appunto, agli insegnamenti del patrimonio ideale liberaldemocratico e repubblicano.

Considero perciò, nel contesto attuale, il vostro documento interessante dato che manifesta propositi di riconsiderazione critica dell’esperienza del PRI da parte di persone che hanno, talvolta sino a poco tempo fa, militato in quella formazione politica o che ne fanno tuttora parte.

Non so quale accoglienza avrà, o abbia avuto, la vostra proposta di avviare una fase “di rifondazione” tale da coinvolgere energie più ampie ( e magari, mi permetto di auspicare, più espressive anche delle giovani generazioni) di quelle che oggi stanno nei confini, ormai per la verità davvero ridotti, dell’antica Edera.

Il mio augurio sincero è che la vostra iniziativa possa rappresentare un seme , magari piccolo ma fecondo, tale da contribuire significativamente a un processo , si spera robusto, di recupero nella società italiana di impostazioni autenticamente riformatrici e atte a produrre una reale modernizzazione del Paese.

In questo senso il richiamo “Ai Repubblicani” del vostro documento mi sembra significativo non tanto perché rivolto agli appartenenti – di una volta e/o attuali – di una specifica famiglia partitica (che, occorre onestamente riconoscerlo, accusa pesanti ingiurie del tempo) ma in quanto testimonianza di preoccupazioni che , da cittadini, ( meglio: da italiani), nutrite per le sorti del nostro Paese alle prese con una crisi – civile, economica, sociale – fra le più drammatiche della sua storia plurisecolare.

Se questa lettura è corretta, allora il vostro appello può colpire anche i tanti che, magari muovendo da diversi approcci di analisi, hanno queste stesse legittime preoccupazioni .

Ciò premesso vorrei esporvi – con amichevole franchezza – riserve di merito per alcune affermazioni contenute nel vostro testo, rispetto alle quali ho perplessità o mi trovo in netto dissenso.
In grande sintesi e scusandomi in anticipo per l’obbligato schematismo, osservo:

  1. La critica al concetto e agli obiettivi della governabilità da voi enunciata non mi sembra, soprattutto alla luce della esperienza storica degli ultimi lustri, per nulla condivisibile.
    Quanto all’uso del termine debbo, con sconcerto, ritenere che neppure il Treccani è da voi considerato “un buon dizionario”, visto che (vol. II°, pag. 667) di “governabilità” questo testo fa esauriente menzione.
    Quanto alla sostanza : non è stato proprio Ugo La Malfa con la sua “Intervista sul non-governo” (1977) a indicarci – con lucidità purtroppo profetica – tutti i guasti ai quali l’Italia sarebbe andata fatalmente incontro se non avesse saputo curare , cambiandolo profondamente, i mali del’inefficienza e della irresolutezza del suo sistema politico? E non è stato Giovanni Spadolini, dieci anni più tardi, a invocare l’emergere di una forza politica robusta e tale da spingere la società a rinnovarsi attraverso il superamento delle contrapposizioni di classi e delle angustie ideologiche? E, ancora, se si riprende in mano il “decalogo” che lo stesso Spadolini, da Presidente del Consiglio, pose a base della sua azione, non si ritrovano proposte – in tema di rinnovamento istituzionale – che oggi suonano straordinariamente attuali?
  2. L’impulso al bipolarismo degli schieramenti politici, che nella vostra analisi appare fonte di disastri, non credo meriti una simile valutazione. In sé il bipolarismo – a mio avviso – è un mezzo per venire incontro a una più che legittima esigenza di chiarezza posta dai cittadini nei confronti di una classe politica che si era , dopo stagioni positive, sempre più chiusa in se stessa; ciò ha reso pressante la richiesta, a questa classe politica, di una assunzione di responsabilità, che si voleva e si vuole trasparente. Aspirazioni, entrambe, non certo censurabili. Disastroso, semmai, è stato il modo con cui il bipolarismo è stato concretamente praticato da molte forze politiche a partire dal 1994. Queste , infatti, hanno spesso scelto la strada delle contrapposizioni sguaiate, sterili e strumentali : un bipolarismo dall’apparenza militaresca e “urlata” ma vuoto nella sostanza ; a ciò si sono aggiunti, successivamente , gli effetti perniciosi di norme elettorali pessime che, oggi, finalmente e con gran fatica, si cerca di superare.
  3. Infine, per ciò che riguarda più direttamente le vicende dell’Edera: a) con qualche contraddizione mostrate riconoscenza per quelli che “ hanno voluto tenacemente conservare” il nome del Partito ma – subito dopo – necessariamente ricordate subito dopo che il PRI è stato condotto al “crollo elettorale e alla scomparsa dal panorama parlamentare; b) rimproverate indiscriminatamente quanti – nel corso del tempo – hanno fatto delle scelte nella direzione della destra o della sinistra dello schieramento politico. Sembra quasi che gli unici indenni da responsabilità risultino, a vostro parere, quelli che , negli ultimi vent’anni, si sono astenuti dalla politica attiva (se non dal diritto di voto) e si sono rinchiusi nel proprio privato. Ma questo, sinceramente, mi sembra un escamotage “diplomatico” alquanto semplicistico e, in definitiva, ingannevole. E non appare la premessa migliore per avviare un confronto costruttivo”.
    Concludo. Oggi ci troviamo , lo sappiamo tutti, nel cuore di una crisi ma anche di fronte a uno scenario che mostra molte possibili evoluzioni; tanti rischi con qualche, potenziale, opportunità.

Non credo serva a molto continuare a rimuginare intorno a scelte che, in ogni caso, stanno alle nostre spalle e rispetto alle quali – che le si consideri giuste o sbagliate – per parte mia sono portato a fare salva la buona fede di tutti coloro che, spesso con doloroso travaglio interiore, se ne sono fatti carico.
Mi sembra più utile lavorare operare – a prescindere dal dove, nello schieramento politico ciascuno di noi è oggi collocato – sul cosa è possibile fare, concretamente, per contribuire a riannodare i fili fra un’ antica, ma a mio parere ricca ancora di fermenti vitali , cultura politica , e la realtà attuale del Paese.
Sono convinto che, per questa cultura – quella che si è alimentata con l’insegnamento mazziniano e con l’elaborazione dell’azionismo – la minaccia più grave non viene dalla diaspora delle persone e delle sigle. (Processo questo,del resto, in buona misura connesso all’inarrestabile scorrere della storia).
Assai più pericoloso può invece risultare il progressivo inaridirsi delle idee che, di questa cultura, hanno costituito l’anima e le hanno assicurato un ruolo così rilevante nel corso del Novecento.
Queste idee, infatti, se vissute solo come rimpianto, nostalgia o risentimento, sono condannate a trasformarsi in vuoti simulacri.
Se di esse, invece, si fa l’oggetto di una riflessione costante e di un approfondimento legato al confronto con l’oggi, allora l’esito può essere diverso forse anche sotto l’aspetto politico.

Del resto, oggi, l’evoluzione degli assetti in corso – affidata anche alla conclusione di vicende (riforma istituzionale, nuove norme elettorali) ancora non del tutto concluse – suggerisce, a mio sommesso parere, di guardare prima di tutto ai contenuti e alle proposte che possono risultare di utilità generale.

Si tratta, in definitiva, restando idealmente fedeli a ciò che fummo, di essere pronti, con umiltà ma con tutta la necessaria carica critica, a dare una mano, -per quello che , nel proprio ruolo, si può- per rendere migliore l’Italia di domani.
E’ una sfida non meno ardua e scomoda di quella che delineate voi, ma alla quale mi sento maggiormente portato a destinare le modestissime energie di cui spero ancora di disporre.
Grazie dell’attenzione e un cordiale saluto
Antonio Duva ,
Milano, 11 marzo 2015

Informazioni su Unita' Repubblicana ()
Associazione politica per l'Italia della ragione

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